L’Orlando razzista

Questa estate italiana del 2018 oltre a sollevare un normale caldo mediterraneo, ha mostrato alla luce del sole un problema ancora più scottante del caldo che soffoca i cittadini italiani: il problema del razzismo.

Innanzitutto, c’è da premettere che non c’è una definizione chiara di questo problema, né tanto meno si può parlare universalmente di problema, in quanto ci sono sostenitori di una causa antirazzista, i quali denunciano ogni caso che si avvicina a questa problematica, e altri che non ravvisano un pericolo razzismo e soprattutto non lo collegano ai cittadini del nostro paese.

Il problema si è posto in quanto ci sono stati più episodi che hanno condotto l’opinione pubblica a riflettere sull’esistenza di un’emergenza razzismo, ma anche sul fatto che alcuni membri di questo governo in atto, abbiano incentivato questo sentimento xenofobo, tanto da sembrare i mandanti morali di determinati atti. Questi atti si sono verificati per gran parte nel mese di luglio, come la bambina rom ferita da un’arma da fuoco a Roma o l’atleta Daisy Osakue che a Moncalieri, nella provincia di Torino, è stata aggredita da alcuni individui con il lancio di uova, o a Partinico, in provincia di Palermo, dove un ragazzo senegalese di 19 anni è stato aggredito da 4 persone; questo senza contare altri episodi di giugno come quello che ha come protagonista due ragazzi che a Napoli hanno sparato da un’auto in corsa con un fucile a pallini lo chef maliano Konate Bouyagui, il quale è fornito da 4 anni di permesso di soggiorno.

Come già detto, alcuni elementi di questo governo sono stati accusati di nutrire sentimenti xenofobi o di essere i motori ideali di queste rappresaglie nei confronti di immigrati, i quali sono nella maggior parte dei casi al centro del bersaglio; quasi sempre dico, perché Daisy Osakue è una ragazza italiana, nata a Torino il 16 gennaio 1996, cresciuta da genitori nigeriani, ma nata in Italia. Le personalità che si sono espresse sul problema immigrazione, analizzandolo da una parte su un piano economico e dall’altra partendo da un’analisi socio-culturale sono vari, e tra i più noti si possono elencare il ministro degli interni e viceministro alla presidenza del consiglio Matteo Salvini e il ministro per la famiglia e le disabilità Lorenzo Fontana.

Matteo Salvini ancor prima di entrare in questo governo, era noto come contrario a fenomeni di immigrazione incontrollata, e per questo al centro dei suoi discorsi ritornano spesso il problema delle comunità rom, il problema dei continui flussi migratori provenienti dal continente africano, e i continui stupri che secondo lui avvengono sempre per mano di immigrati nei confronti di donne italiane; allo stesso tempo accompagna alla denuncia di questi problemi, un deciso schieramento a favore dei valori della cultura italiana e della religione cattolica, sempre legata alla cultura italiana; tant’è che il 24 febbraio in piazza duomo a Milano è stata organizzata una manifestazione della Lega nord con il famoso slogan “Prima gli italiani”, occasione in cui Salvini ha giurato sul vangelo, in nome degli italiani e del cambiamento delle sorti del paese.

Lorenzo Fontana ha impersonato convinzioni idealistiche ancora più estreme, ma sempre nel segno del rispetto delle tradizioni italiane e del suo popolo: i suoi bersagli sono l’aborto, le coppie omosessuali e l’immigrazione, tutte questioni che vanno in direzione opposta alla difesa del patrimonio culturale (e cattolico) del popolo italiano e dell’immagine della “famiglia naturale”. Per Fontana le coppie gay non esistono, questo dichiarato all’esordio dal suo giuramento come ministro, un giorno dopo la sua entrata in carico il 2 giugno. Inoltre, egli si è espresso favorevolmente all’abolizione della legge Mancino, la quale rappresenta un argine per la problematica razzismo, mentre per il ministro Fontana grazie a questa legge (più volte contestata anche dalla Lega) il razzismo è diventato “un’arma ideologica dei globalisti e dei suoi schiavi, per puntare il dito contro il popolo italiano, accusarlo falsamente di ogni nefandezza”.

Tutte queste fiere prese di posizione di queste personalità sono condivise anche da più gruppi dediti all’informazione e personalità politiche che si pongono sulla stessa linea, più l’altro viceministro alla presidenza del consiglio Luigi Di Maio che scagiona il popolo italiano e queste personalità dall’accusa di soffrire una problematica di tipo razzista. Il fatto che alte personalità politiche facciano queste dichiarazioni, e che alcuni soggetti compiano atti chiaramente di matrice xenofoba, non sono necessariamente collegati tra di loro; difatti Salvini ha più volte espresso di essere favorevole all’immigrazione, ma controllata, e di non essere un razzista. Stessa cosa Fontana, per il quale ogni discorso è riportato al punto iniziale di difesa del popolo italiano, tanto da definirsi un crociato.

Quest’ultimo termine però si collega ad un immaginario collettivo che è quello del cavaliere che combatte per la donna o per la patria, più volte rappresentato nella letteratura italiana, come nel caso dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Ora, è giusto essere fiduciosi delle parole di alte figure della politica del nostro paese, ma è pure giusto osservare che queste più volte manifestano delle posizioni conservatrici, le quali possono essere fuorvianti, sta a chi le riceve poi, bollarle o no di razzismo. Il fatto che più volte queste figure, più gruppi politici di estrema destra come Casapound e Forza Nuova, o direttori di testate giornalistiche, o personalità religiose come Padre Tam, facciano leva sempre sul cuore nazionale, non vuol dire che siano forzatamente dei modelli da prendere in considerazione, né tanto meno il fatto che questi siano nati in Italia vuol dire che conoscano la cultura italiana, tanto da poterla difendere sempre e comunque. La storia ci insegna che non sempre l’Italia è stata cattolica, come per esempio la Sicilia araba, né tanto meno esiste una definizione di popolo italiano, perché le continue migrazioni che si sono avvicendate nella storia, hanno portato ad un misto culturale che è arrivato sì oggi a prendere il nome di Italia, ma in quanto entità statale, cioè uno stato governato da una repubblica, a sua volta guidato da una Costituzione, che non sempre viene rispettata, e anzi è l’unica difesa contro la presenza di reati, compiuti sia da italiani che non, ed è questo l’unico appiglio a cui rifarsi. Fuori dalla costituzione, tutti possono parlare in nome della “mia” casa, del “mio” popolo, della “mia fede”, delle “nostre” donne, della “mia” nazione, ma tutte queste dichiarazioni non fanno testo, o almeno non finché questi concetti non siano conosciuti realmente, e tutti possono dichiararsi fieri italiani, ma prima devono “diventarlo” cioè conoscere la propria storia.

Altrimenti più che essere degli “Orlando furioso” che combattono in nome del proprio popolo e della propria donna, contro un nemico di cui oggi non si è ancora capita l’entità, si diventa dei “Don chisciotte” che combattono contro i mulini a vento, usando la voce solo per emettere aria, e non per cambiare realmente lo stato di cose, qualora fosse sbagliato, e qualora esista o non esista, in questo caso, un problema di razzismo.

Gianmarco Scrivano

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