Il Sessantotto: la questione afroamericana – 6/6

Grazie alle sue numerose sfaccettature, il 1968  regala un’ampia varietà di icone culturali e sociali, molte delle quali riuscirono volontariamente o meno a ritagliarsi un piccolo spazio nella memoria collettiva contemporanea e successiva, divenendo  protagonisti e simboli soprattutto per le categorie meno abbienti e per le giovani generazioni. La dimensione del movimento sessantottino fu immensa, molte furono le nazioni totalmente coinvolte, che sperimentarono sviluppi sociali diversi ma che possedevano in comune il punto di partenza originario. Il 68’ segnò un crocevia storico dove si faceva sempre più stridente, in ogni nazione, il confronto fra le innovazioni progressiste ed il pensiero conservatore e tradizionalista.

Esempio importante di ciò fu il contrasto sociale che sconvolse la politica interna degli Stati Uniti in cui la lotta per i diritti civili afroamericani si faceva sempre più intensa.

Il 4 aprile 1968, da Memphis giunse una notizia che sconvolse e rese incredulo il mondo intero: Martin Luther King, premio Nobel e protagonista indiscusso di quei anni di lotta sociale, era stato assassinato da un  proiettile calibro 30-06 proveniente da un fucile di precisione. Inutile fu la corsa all’ ospedale  St. Joseph’s Hospital, da dove  i medici non poterono che annunciare alle 19:05 il decesso.

Contestatore pacifico, a M. L. King si devono importanti iniziative come la celebre “marcia su Washinton” che il 28 agosto 1963 portò nella capitale statunitense circa 250mila persone da tutto il paese, per denunciare l’emarginazione razziale a cui quasi la totalità della popolazione afroamericana era sottoposta. Proprio in tale occasione M. L. King pronunciò la frase che lo consacrò nella storia, la famosissima I have a dream”. Nel corso della sua attività, King subì oltre trenta arresti pretestuosi e numerosi attentati da parte di fanatici razzisti .

Immediatamente dopo la morte di M. L. King, si assistette in più di 120 città ad atti violenti, incendi e saccheggi. Nonostante la situazione caotica, il candidato democratico in corsa per la Casa Bianca, Robert Kennedy si rivolse agli attivisti legati a M. L. King affinché essi si facessero i promotori della continuazione della lotta non-violenta per la conquista da parte della popolazione afroamericana dei diritti civili di cui il resto della popolazione “bianca” statunitense godeva.

Robert Kennedy, ministro della giustizia statunitense dal 1961 al 1963 ,fu sempre molto sensibile alla affermazione dei diritti civili afroamericani. In seguito alla morte di Martin Luther King affermò “Amore, saggezza, solidarietà per coloro che soffrono giustizia per tutti, bianchi e neri”. L’atteggiamento attento e progressista per importanti questioni sociali  e l’opposizione politica all’ora presidente Lyndon B. Johnson soprattutto riguardo alla guerra in Vietnam, fecero conquistare a Robert Kennedy le simpatie di vasti strati della popolazione statunitense oltre che una sempre maggiore ammirazione internazionale. Ciò venne confermato dal suo successo elettorale conseguito nelle elezioni primarie della California e Dakota del Sud. I festeggiamenti per tale vittoria politica, si consumarono fra la notte il 5 e 6 giugno 1968. Fu proprio in quella occasione che Robert Kennedy, mentre si apprestava ad uscire dall’hotel che ospitava l’evento, venne assassinato. Gli Stati Uniti vennero, a distanza di poco più di due mesi dalla brutale morte di M. L. King, scossi nuovamente da un evento scioccante.

Fra il 12 e 27 ottobre 1968, Città del Messico ospitò le Olimpiadi. Data la dimensione dell’evento era facile prevedere che anch’esso non sarebbe stato risparmiato dalle dinamiche politiche e sociali che contemporaneamente agitavano gli animi mondiali. L’attenzione internazionale fu stupita dall’atteggiamento di un’atleta in particolare, Tommie Smith. Questi, all’inizio della manifestazione, si presentava come uno dei più promettenti atleti statunitensi. In seguito, soprannominato “The Jet”, riuscì ad imporsi nella gara finale dei 200 metri valida per l’oro olimpico  riuscendo, in virtù dell’ottimo tempo registrato (19”83) , a divenire anche il primo uomo a scendere sotto il limite dei 20 secondi. Ma a consacrarlo non fu tanto lo splendido risultato ottenuto, quanto la sua iniziativa durante la premiazione. Infatti una volta sul podio, Tommie Smith e il suo connazionale John Carlos, arrivato terzo al termine della medesima  gara, decisero di sorprendere il pubblico: si presentarono scalzi, mantennero lo sguardo basso durante l’esecuzione dell’inno nazionale statunitense e alzando contemporaneamente un pugno chiuso con un guanto nero, richiamante il simbolo del movimento “Potere Nero”. Se contestualizzato, si può dedurre quanto forte potesse essere quel gesto.

Ancora più sbalorditive furono le successive dichiarazioni dell’atleta: «Se io vinco sono un americano, non un nero americano. Ma se faccio qualcosa di sbagliato, allora diranno che sono un negro. Noi siamo neri e siamo orgogliosi di essere neri. L’America nera comprenderà ciò che abbiamo fatto stanotte». I due sportivi divennero un’icona dell’agitato mondo sociale statunitense, scosso della protesta antirazzista, orfana di Martin Luther King e in quel periodo più che mai sollecitata del movimento delle Pantere Nere.

Francesco Pizzinga

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