Il caso di Daisy Osakue, come non aiutare il razzismo

Alla fine li hanno presi, in poche ore i «lanciatori di uova» di Moncalieri sono stati identificati.

I carabinieri hanno rintracciato la targa dell’auto e – scrive il Corriere della Sera – «il proprietario è stato accompagnato in caserma e ha chiarito che il veicolo veniva utilizzato spesso dal figlio 19enne, soprattutto di sera. Quest’ultimo, alla presenza del difensore di fiducia, ha ammesso la sua responsabilità in almeno 7 episodi analoghi avvenuti in un paio di mesi e ha fatto i nomi dei suoi complici. Si tratterebbe di due coetanei e verranno tutti denunciati per lesioni e omissione di soccorso. Il giovane ha ammesso che da un paio di mesi per «gioco» lanciava le uova ai passanti.
Sull’episodio teppistico è stata aperta un’inchiesta ma per la Procura di Torino non ci sarebbero al momento elementi che possano far pensare a una matrice xenofoba alla base dell’aggressione. Per questo il procuratore aggiunto Patrizia Caputo ha aperto un fascicolo contro ignoti per lesioni, senza contestare l’aggravante dell’odio razziale.»

Epidosi di razzismo, ahinoi, non mancavano. Mi ha colpito, per esempio, il caso di Ibrahima Diop, un senegalese di 39 anni che ha denunciato ai Carabinieri di essersi recato negli uffici territoriali della Asl di Teramo, a Giulianova, per chiedere il rinnovo del libretto sanitario e di essere stato insultato da un dipendente che gli avrebbe detto «qua non c’è il veterinario». Una vera vergogna.
Ma questo è solo un esempio, ce ne sarebbero anche altri.

Eppure è stato il caso di Daisy Osakue a occupare i quotidiani e i telegiornali.
Perché? Secondo me perché è un’atleta italiana e non una perfetta sconosciuta.
Cosa sarebbe successo se il bersaglio di quell’uovo fosse stato davvero – come aveva ipotizzato Daisy Osakue poche ore dopo l’accaduto – una prostituta di colore? Magari la donna non avrebbe avuto nemmeno la forza di denunciare.
Le forze politiche si sarebbero mosse come si sono mosse? E i media? A che pagina sarebbe stato raccontato il fatto? La notizia non avrebbe fatto più di tanto rumore.


Invece il caso di Daisy Osakue ha fatto subito rumore e subito è stato oggetto di strumentalizzazione politica e mediatica. Siccome in Italia c’è una «emergenza razzismo», allora è razzismo.
La facile indignazione ha avuto il sopravvento sui fatti, sulla realtà che ancora non era – e magari non lo è tuttora – così chiara come si è voluto sostenere sin dai primi minuti.

La facile indignazione frettolosa e slegata dai fatti finisce per danneggiare la causa che sostiene.
Così è stato anche questa volta.


Subito dopo l’identificazione dei 3 giovani, i razzisti, quelli veri, hanno rilanciato e strumentalizzato la notizia sottolineando il fatto che il padre di uno dei «lanciatori di uova» è consigliere del Partito Democratico e che «il razzismo non c’entra nulla, quale razzismo?». L’ha fatto anche il ministro Salvini.
Chi vuole combattere il razzismo, quindi, ha regalato un argomento ai razzisti.
Argomento che i razzisti utilizzeranno le prossime volte, quando il razzismo sarà reale.

Farsi trascinare dal sentire comune e dalla facile indignazione non serve a nulla. Cavalcare l’onda emotiva non è necessario. Restiamo ancorati ai fatti.

Siamo consapevoli di essere dalla parte giusta della storia.
Loro, i razzisti, dalla parte sbagliata.

Vincenzo Laganà
http://www.vincenzolagana.com

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