Le 24 ore di Andy Warhol

Lasciare una traccia è uno dei fini esistenziali universalmente riconosciuti e ricercati da ognuno di noi. Ci sono più vie per poterlo fare in modo pratico e teorico, sostanzialmente sta ad ognuno scegliere come e con quali mezzi. Chiunque segue il filo della propria esistenza, partendo, sino ad aggrapparsi a questo, quando poi al termine dei suoi giorni lo abbandonerà e con la sentenza manzoniana molto efficace e famosa si arriverà a questa conclusione: ai posteri l’ardua sentenza.

Esiste una linea sottile (ma in realtà è un abisso) tra il lasciare una traccia e il tracciare in maniera ossessiva ogni istante della propria esistenza. Nella fase storica che stiamo attraversando, come è noto a tutti, viviamo in una società dei consumi, e tutto diventa mercificazione, sicché il lavoro già da tempo immemore ne è stato segnato, seppure questo da tempo ancora più immemore è un sinonimo di lasciare traccia, ma in maniera significativa e necessaria per gli altri. Più la società vira verso questa tendenza al consumismo, più vengono avallati e giustificati in maniera naturale dei modi di fare e delle voghe, che lentamente diventano parte del nostro tessuto culturale. Così sin dagli anni ‘50 incominciarono a pullulare modelli culturali, che si rifanno alla crescita economica dei paesi di questo mondo, cioè si diffondono pubblicità consumistiche, modelli culturali e di spettacolo, che ammagliano le nostre coscienze e portano alla nostra emulazione nei loro confronti. La cosa è proseguita fino agli anni ‘60, quando però molti di questi modelli iniziarono ad essere rivisti e in alcuni casi contrastati da personaggi che erano sempre dentro un mondo culturale distante da noi, ma vicino grazie alla trasmissione dei media, e che invertirono questa tendenza. Il più importante personaggio da citare è Andy Warhol, uno degli artisti più controversi della nostra recente storia artistica e culturale. Questo più volte rappresentò un segno di distacco dalle mode e dall’estetica vigente, proponendo nuovi modelli o incentivando produzioni artistiche di taglio differente, grazie all’istituzione dello studio Factory di New York o aiutando ad emergere realtà musicali come i Velvet Underground e i suoi cantanti Lou Reed e Nico. Ora, è chiaro che esistono sempre delle tendenze a cui avvicinarsi, anche per poterle osservare e nel caso distaccarsene, ma esistono delle figure diverse dal modo di fare ed essere comune, come appunto Warhol, il quale già nel 1968 affermò che « Nel futuro ognuno sarà famoso nel mondo per 15 minuti ». Questa frase era spunto già di molte riflessioni all’epoca, quando l’esistenza di sistemi di comunicazione come tv e radio stimolava la gente comune ad imitare dei modelli e quasi a deificarli. Il punto è, cosa direbbe oggi Andy Warhol e cosa deve fare il singolo nel nostro contesto dove i media sono stati innumerevolmente moltiplicati? Senza prendere in considerazione tv e radio, che ormai sono dei mezzi di comunicazione obsoleti, ma se dovessimo analizzare il sistema comunicativo che è incorporato nella nostra anima di consumatori e spettatori, con tutto il bagaglio di social network annesso, quali sarebbero i risultati?

Sicuramente l’espressione precedentemente citata sarebbe modificata, questo perché oggigiorno tutti sono già “famosi” e non trovano la minima difficoltà nel diventarlo o nel caso più triste nell’ostentarlo. Basti pensare a quello che è il primo social network in termini di seguito, cioè Instagram. Questa applicazione permette di condividere immagini, per l’appunto di trasmettere la propria immagine estetica, spesso modificata e stravolta e non la propria vera, e quindi di condividere al mondo intero, o nel caso particolare a “chi mi segue” che io esisto al mondo e sto lasciando una traccia; quest’ultimo non avviene in maniera utile e guadagnata, ma la ricetta è semplicemente questa: scaricare un’applicazione dal proprio smartphone, creare un account e quindi già viene creato un alter ego di sé; poi posso riempire questo vuoto del mio profilo con tutti i contenuti che voglio, come se ognuno di noi fosse una star nel dover seguire l’altro, e ognuno diventa irraggiungibile all’altro. Questo processo è poi estremizzato con un’altra funzione di questo social che è l’Instagram story, con cui ognuno condivide un’immagine o un contenuto multimediale per 24 ore, dopo le quali rimane solo a sé stesso. Questo è il mondo in cui viviamo, Instagram o Facebook o Tv o radio, o quello che volete intendere: l’immagine conta e ognuno può modellarla a suo piacimento, sino a diventare un personaggio famoso, o come si dice nel gergo della moda ora esportata anche su Instagram, un fashion blogger. Il risultato è che ognuno genera presunzioni di ogni tipo e gode di un compiacimento personale nel sentirsi seguito, osservato e ricercato e ognuno vive la sua vita da star, senza attenersi alla realtà, e senza dare un apporto significativo alla propria realtà e a quella di chi gli vive affianco o a quella dei posteri. La questione è semplice: ora tutti possiamo vivere una vita da star, come il sogno che si faceva da bambini di diventare famosi (calciatori, ballerine, ecc.); il punto è che lo si può fare  in maniera ingannevole, non per quindici minuti, ma tutto il tempo che vogliamo, 24 ore, come il tempo delle storie di Instagram, come se questa fosse la vita vera.

Gianmarco Scrivano

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