Il Sessantotto: la questione femminile – 5/6

Per duemila anni tutta la morale e il diritto si basavano sull’idea che la donna fosse un semplice ricettacolo del seme maschile, un contenitore futile e vacuo, a cui non solo il piacere sessuale non era concesso, ma veniva considerato un abominevole e satanico desiderio, non intento alla procreazione.

Poi venne il ’68. Il movimento di protesta che, dal basso, aveva fatto scoppiare gli scontri nelle strade, nelle università, tra le famiglie e le istituzioni fu il trampolino di lancio per un sentimento femminile condiviso ma represso, e che da lì si svilupperà come corrente autonoma in rivolta contro quella società maschilista, che le aveva fatte prigioniere già prima di nascere, in un percorso già tracciato e un destino già previsto: figlie, mogli, madri.

“La donna è l’ultima colonia; la donna è il Terzo Mondo dei sessi”. “La donna è lo zio Tom, la schiava dell’uomo”, con queste parole Kate Millet scatenava la guerra delle donne americane e in seguito dell’intero mondo occidentale nei confronti della società. Non si trattava semplicemente dell’emancipazione della donna, della conquista della parità dei sessi, ma di messaggi assai più rivoluzionari e totali. Lo slogan fu quello della liberazione femminile e della rivolta contro quei valori sui quali da millenni si era costruita la società maschilista, sia dentro quella civile sia in quella religiosa.

Il movimento delle donne si presentò dunque come un rinnovamento culturale, rivolto a trasformare il sistema dei valori, attraverso la pratica dell’autocoscienza, cioè una rivisitazione della vita quotidiana insieme, considerata fondamentale per analizzare le dimensioni culturali e sociali dell’oppressione femminile, ascoltando i desideri e le aspettative della propria interiorità e discutendo di temi quali la riproduzione, la sessualità, i rapporti interpersonali e la vita quotidiana. Nel piccolo gruppo di autocoscienza le donne socializzavano esperienze di vita personale, mettevano insieme quello che verrà chiamato il “proprio vissuto”. Il movimento diverrà così il luogo di ricostruzione del percorso di oppressione subito, dove sperimentare nuovi rapporti non autoritari e indicare le priorità per le rivendicazioni politiche.

Accanto alle proteste degli studenti, impegnate nelle occupazioni di luoghi pubblici e asili, nell’incatenamento agli ingressi dei centri di potere, negli sketch improvvisati per strada o nella distribuzione di volantini fumetto, le donne del’68 chiedevano una riforma totale del ruolo della donna: divorzio, aborto, nuovo diritto di famiglia, con parità giuridica e patria potestà ad entrambi i coniugi, uguali diritti e responsabilità, comunione dei beni, eliminazione della dote, diritto di conservare il proprio cognome e nessuna distinzione tra figli legittimi e figli naturali; inoltre, asili, maternità, posto di lavoro, parità di salario a parità di mansioni (rivendicazioni queste che ancora oggi sono lontane dal realizzarsi).

Ma le donne del ’68 non avevano la società dalla loro parte. Mariti rigidi e anziani sconvolti dalla presa di coscienza che fosse colpa loro se le mogli non riuscivano a raggiungere l’orgasmo, Vaticano, con le sue regole e i suoi dogmi, gran parte della politica italiana (dalla DC, al MSI fino ai monarchici). Tutto lasciava credere che finite le proteste dei “colleghi” maschi, la questione femminile sarebbe evaporata, proprio così come era apparsa.

Eppure, la Storia aveva in serbo un esito diverso.

Il 19 dicembre 1968, grazie all’ala sinistra (PCI e PSI) del Parlamento Italiano, si muovevano i primi passi: l’adulterio della donna non veniva più considerato reato (prima se sorpresa finiva in carcere) e nel frattempo gli è riconosciuto il diritto della separazione se l’adultero è il marito.

Due anni più tardi, il 1° dicembre 1970, il divorzio diventava legge dello Stato Italiano. Ma DC e Vaticano giocarono l’ultima carta: il referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio per il 1974, puntando all’elettorato femminile più religioso e sullo sgonfiamento delle coscienze dopo la fine del clima del ’68.

Ma così non fu. Una serie di nuove combattive organizzazioni femminili nacque, con aperture dirompenti e sfidando tabù e tradizioni bigotte. Al contrario degli studenti, carichi di ideologia ma lontani da rivendicazioni concrete, le donne tennero sempre ben presenti gli obiettivi, esprimendo il senso della loro esistenza senza fare tanti giochi di retorica o cercando mondi fatti d’utopie. Nell’agire non s’identificarono nei miti, ma nella loro base, organizzando le loro piccole assemblee, coordinando la lotta e promuovendo l’autocoscienza.

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Mentre il referendum si avvicinava, un altro enorme passo fu compiuto: nel marzo 1971, la Corte Costituzionale giudicava gli anticoncezionali legittimi, svegliando nelle donne una coscienza sessuale mai davvero stata libera. La sentenza sulla libera vendita della pillola aveva portato con sé  una gran rivoluzione e raggiunse lo scopo di porre in primo piano il libero rapporto sessuale della donna, al pari del maschio, svincolato dalla procreazione; il diritto d’avere rapporti intimi prematrimoniali senza dover provare l’angoscia di una gravidanza indesiderata, da sempre considerata immorale.

La Chiesa, tutto il reparto cattolico e gran parte del mondo maschile non perse occasione di additare le donne che facevano uso di contraccettivi come sgualdrine, contro-natura, dissolute, depravate e perverse; ma questo poco importava alle donne, che, a quel punto, coniarono il famoso inno: “L’utero è mio e lo gestisco io”.

Vaticano anno 1972 e Democrazia Cristiana anno 1972 non coincisero mai con l’etica e la religione femminile 1972. Ma pochi capirono questa differenza che è nell’essenza di questo distinguo, dove però la donna si sentiva finalmente libera, da sé stessa e dal potere gerarchico laico e religioso, così arcaico, medioevale, e che finora arbitrariamente aveva condizionato con ignoranza qualunquistica la morale.

Al referendum sul divorzio, fra lo stupore generale, vinse il NO con  il 59,1% degli italiani che non volevano l’abrogazione della legge 898.

Tra lo sconsolamento dei cattolici e la gioia dei riformisti, le donne non persero l’occasione: l’anno dopo, il 1975, venne varata la riforma del diritto di famiglia, con il passaggio dalla potestà del marito alla potestà condivisa dei coniugi e la loro eguaglianza, con la separazione dei beni e la revisione delle norme sulla separazione.

Ed ecco che allora i valori che si credevano certi, insormontabili, i cosiddetti costumi dei padri, iniziarono a cadere uno dietro l’altro e il macigno della coscienza, come era definito dalla Chiesa, fu così vicino da poterlo modificare: l’aborto.

Quando, il 17 maggio 1978, il referendum  per la legalizzazione dell’aborto passava con il 67.9% degli italiani a favore, il mondo cattolico e l’ala conservatrice del Parlamento piombavano nello sconforto e nell’angoscia più totale, ma una nuova Italia nasceva.

A quei due referendum, infatti, l’Italia voltò pagina rispetto al passato. E lo fece, perché votarono sia le nonne di 90 anni, che le ragazze che ne avevano 20, quelle che erano state bollate come “leggere” e “svergognate”.

Finiva dunque quell’ambiziosa pretesa di annettere metà dell’intera società – le donne – a un’unica visione del mondo; finiva cioè una certa cultura che aveva voluto imporre una dottrina morale personale, asessuata, maschilista e “naturale”.

La liberazione della donna modificò la società. Nacque un’altra donna, e accanto a lei un altro uomo. Con gli anni ‘80, infatti, si spensero le ultime manifestazioni della contestazione, e finì anche la spavalderia, l’arroganza, e l’egocentrica opinione che l’uomo aveva di se stesso. Il Medioevo era finito, “l’Italia era finalmente entrata nel secolo XX”.

Sì agli anticoncezionali!

Si al divorzio!

Sì alla revisione del diritto di famiglia!

Sì alla legalizzazione dell’aborto!

Antonio Marando

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