Il Sessantotto: la Filosofia – 4/6

La filosofia divenne, nel periodo del ’68, uno dei megafoni che contribuì ad espandere la voce del dissenso e della contestazione. Se la generazione sessantottina trovava come mezzi espressivi delle forme generaliste e usava slogan politici ripetuti e talvolta inefficaci, le voci di alcuni grandi intellettuali dell’epoca seppero dare una mano saggia sulle problematiche del mondo occidentale.

Difatti nel mondo culturale c’era uno strappo sociale tra chi sosteneva cause giuste in modo sbagliato e proveniva da ambienti sociali più agiati e allo stesso tempo frustrati, e chi sosteneva cause giuste di cambiamento con forme di comunicazione più alte, tra le quali appunto la filosofia. Pier Paolo Pasolini seppe essere molto lungimirante riguardo la situazione sessantottina, denunciando con la poesia “Il PCI ai giovani” la futile contestazione di alcuni giovanotti debosciati, che “combattevano” la borghesia, pur essendone i figli prediletti, quindi agitavano i propri corpi e le proprie menti nelle manifestazioni  semplicemente per noia.

Dal contesto filosofico invece emersero grandi novità e grandi riflessioni. Innanzitutto, va citato come primo “maestro filosofico” del ’68 Jean-Paul Sartre che accompagnò con la sua produzione filosofica le vicende controverse dell’epoca. La sua voce si unì alle contestazioni giovanili francesi, basti pensare che  appoggiò la rivoluzione internazionale Guevarista. Sartre nasce come studioso di fenomenologia, o meglio di psicologia fenomenica, per poi aderire al filone culturale e filosofico dell’esistenzialismo, che nella prima metà del ‘900, poi anche durante il ’68, e più in là, rimase uno degli spunti filosofici più interessanti del ‘900. L’intero impianto esistenzialista parte da presupposti pratici, cioè quelli dell’esistenza, che anticipa tutte le domande successive che sono state le grandi domande filosofiche; quindi viene preso in analisi l’uomo come gettato nel mondo e nell’esistenza, ambiente in cui si trova a vivere insieme a noia, disperazione o nausea come nel caso di Sartre (nome dato a una sua celebre opera). La noia rimane, ma nel momento in cui molti esistenzialisti ravvisano questo dato primario, cioè della stasi esistenziale che si configura in varie forme tra cui la nausea, Sartre supera questo stadio grazie all’impegno, concetto filosofico e politico con il quale il filosofo francese dà man forte all’uomo (novecentesco) e gli consente di andare oltre, quindi di gettarsi nella dimensione del mondo e dell’esistenza, e di trovare un rimedio alla gratuità dell’esistenza.

Insieme alla persona di Sartre c’è un’altra figura da prendere in considerazione riguardo al 68, cioè la scuola di Francoforte, ovvero un gruppo di intellettuali tedeschi che lavorarono ad un istituto per le ricerche sociali dell’università di Francoforte. Le figure più importanti sono Marcuse e Adorno. Marcuse è il più noto, e gran parte delle sue riflessioni saranno spunto per gli ideali del 68. La critica di Marcuse è rivolta al sistema in cui vive l’uomo del suo tempo, che opprime l’individuo e lo diserotizza e gli impone unicamente di lavorare e produrre, cosicché l’uomo si assimila ad una macchina e perde le sue credenziali. Marcuse quindi da buon marxista, si auspica un miglioramento delle condizioni dei proletari, tanto che questi uniti ai miseri del “sistema” si sarebbero uniti per un Grande Rifiuto, e avrebbero sostituito la realtà tecnologica e avanzata con quella immaginativa. Lo stesso Marcuse partecipò nel 1967 ad alcuni dibattiti studenteschi  ricoprendo un ruolo comprimario nelle vicende culturali della sua epoca.

Adorno si interessò più di estetica, sottolineando come vi sia un’industria culturale che favoreggia nuovi modelli culturali e di vita, che in realtà sono modelli programmati per  far aumentare il numero di consumatori passivi. Entrambi i filosofi comunque si attestano sulla chiara conclusione che la società in cui loro stessi vivono, è una società dei consumi, dal quale è doveroso uscirne, appello accolto prontamente ma solo idealmente dai giovani dell’epoca.

Alle vicende filosofiche del ’68 si accompagnano anche altri filoni di pensiero, che entreranno in contatto anche con i filosofi citati prima, tra i quali il neo-positivismo, Martin Heidegger, Karl Popper e Hans-Georg Gadamer, che saranno tutti comunque distanti dalle riflessioni esistenzialiste e della scuola di Francoforte, e ovviamente distanti dalle istanze rivoluzionarie del ’68.

Gianmarco Scrivano

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