Il Sessantotto: Una generazione in rivolta – 3/6

Credo sia utopistico per chiunque cercare di descrivere pienamente il variopinto entusiasmo che connotò il 1968; nonostante ciò, quest’articolata esperienza non ha smesso di stimolare i sogni ribelli delle varie generazioni, che riscontrano in esso un motivo di appartenenza  o comunque di ispirazione, pur non avendolo vissuto direttamente.

Solitamente i libri di storia affermano che la scintilla ideologica sessantottina sia scoccata negli Usa, dove maggiormente era riscontrabile un profondo solco tra le nuove e le vecchie generazioni. Ciò era enfatizzato dall’uso che i giovani statunitensi facevano di  mode culturali che radicalmente si allontanavano dal consueto ethos tradizionale. Le nuove generazioni, culturalmente più emancipate per via di una maggiore alfabetizzazione, assunsero posizioni favorevoli all’ allargamento dei diritti civili per le fasce “periferiche” della società. Proverbiali furono anche le opinioni prese nei riguardi della tematica sessuale e al consumo delle droghe psichedeliche. Tutto ciò si radicò nella “controcultura” hippies. Facilmente riconoscibili dai loro capelli lunghi, dai loro blue jeans e dalle loro coloratissime magliette, gli hippies costituiscono, ad oggi, uno dei maggiori simboli identificativi di quei memorabili anni. Quando si pensa a queste figure, salta subito in mente la loro cultura relazionale e sessuale libertina ma anche la  sperimentazione di  nuovi metodi di vita in comune e soprattutto il loro iconico atteggiamento polemico e critico contro la famiglia, la scuola e la società, ree di opprimere le energie e la creatività giovanile.

Queste nuove generazioni verranno anche ricordate come “baby boom” ovvero composte da individui nati, convenzionalmente, tra il 1945 ed il 1964 in Nord America e in Europa. Esse contribuirono a una  sensibile crescita demografica, inseguito alla quale, fra le altre cose, aumentò anche il numero di giovani che decidevano di percorrere fino in fondo il proprio ciclo educativo. Ciò permise anche la crescita del numero complessivo di studenti e studentesse che frequentarono le università negli anni seguenti. Furono proprio le università i luoghi in cui si rafforzò la “controcultura”, la quale sarà la base ideologica su cui verrà costruita tutta la successiva protesta studentesca.

Nel 1964 mentre Breznev sostituiva Krusciov al vertice del Pcus, scoppiava in California, nell’Università di Berkeley, la prima storica rivolta studentesca. A partire dal 1966-67 la rivolta giovanile si estese  anche in Europa, raggiungendo il proprio apice nel 1968, che passerà alla storia come “l’anno degli studenti”. Tale movimento di contestazione si nutriva di innumerevoli ideali, che assumevano connotati diversi a seconda dei contesti nazionali  ma che avevano come fattore comune la condanna esplicita nei confronti del sistema capitalistico e dell’imperialismo .

Uno dei maggiori protagonisti ideologici della contestazione sessantottina fu il movimento femminista o neofemminista che finalizzò i propri sforzi sia alla rivendicazione di maggiori diritti politici per le donne e sia per mettere in discussione la subordinazione del ruolo femminile nella società, in primo luogo iniziando ad abbattere la tradizionale serie di tabù sessuali che da sempre opprimevano l’esistenza delle donne nella comunità civile .

Mentre la guerra in Vietnam raggiungeva il proprio apice di crudeltà e inumanità, negli Usa si consumavano, a poche settimane di distanza, gli assassinii di Martin Luther King (4 aprile)  e di Robert Kennedy (il 6 giugno). Proprio da questi tre eventi la società civile statunitense fu profondamente scossa. Nel “mondo occidentale” si alternavano quotidianamente imponenti contestazioni e marce su svariati temi, alle quali parteciparono folle oceaniche animate dall’intimo desiderio di cambiare realmente una società imbruttita dalla violenza bellica, dall’ingiustizia sociale e dal conservatorismo.

In Europa, alimentato dal malcontento sociale, divampava l’insurrezione giovanile alla quale si unirono le voci protestanti e dissidenti di buona parte della comunità civile, insoddisfatta delle proprie condizioni quotidiane e desiderosa di una ventata di aria fresca che proprio la rivolta del 68’ sembrava esprimere concretamente. Benché nessun paese europeo ne fu risparmiato, emersero in questo senso soprattutto le dinamiche italiane e francesi. Quest’ultime  raggiunsero il proprio apice in maggio, quando gli studenti francesi si impadronirono della Sorbona e i loro colleghi italiani riuscirono, dopo diversi mesi di duri scontri con le forze dell’ordine, ad occupare quasi tutte le università nazionali.

Ma sicuramente l’episodio più significativo della contestazione studentesca mondiale di quei anni si verificò il 16 gennaio del 1969 a Praga. Protagonista di questa vicenda fu Jan Palach, uno studente iscritto alla facoltà di filosofia dell’Università Carlo IV di Praga, il quale decise di mettersi fuoco in piazza San Venceslao, nel centro della città, al fine di protestare contro l’abuso di forza esercitato dalle truppe del Patto di Varsavia, le quali avevano, qualche mese prima, stroncato sul nascere il tentativo dello statista Dubček di realizzare un “socialismo dal volto umano”. Al funerale di questo giovane, che con la sua azione sintetizzò concretamente i forti ideali dei suoi tempi, parteciparono circa 600 000 persone.

Francesco Pizzinga

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