Caro diario (di facebook)

Con le parole “caro diario” si sono aperte molte dediche di molti ragazzi e ragazze, destinate a sé stesse o a far sì che la propria intimità venisse scoperta e sfogliata come un libro dal resto del mondo, sfogliata appunto come un diario. Quest’idea è senza dubbio presente nell’immaginario collettivo, non che tutti abbiano avuto il desiderio di prendere carta e penna e confessarsi, ma mi sembra scontato che sappiate di cosa parlo. C’era una volta il desiderio di farlo, appunto, c’era, ma ora cosa c’è? Il giovane trovandosi carta e penna voleva annotare, scrivere, fare emergere sé stesso in un succedersi di pagine, così da “scriversi” e “rivelarsi”, rinvenendo nelle pagine prodotte sé stesso, con la speranza che quella carta sporcata di inchiostro sarebbe finita nelle mani di qualcuno, e che quel qualcuno avrebbe conservato il ricordo della sua esistenza; ma anche senza questo desiderio si aveva la voglia di scrivere e confessarsi, ma confessarsi a chi? Il destinatario di queste pagine è sé stesso; lo scrivere e il rimanere scritto rimanevano un atto di tensione verso sé e poi magari qualcuno avrebbe potuto leggere tali pagine, e magari rimanerne meravigliato se il contenuto fosse stato piacevole. Oggi questo rapporto tra sé e sé trova nuovi mezzi e risultati e si è passati ad un piano totalmente opposto, a mio parere sconclusionato. Il diario del ragazzino/a in cui questo trovava un piacere nel descrivere le proprie giornate e la propria vita, oggi è tradotto nel diario di Facebook (o qualunque social network). Ma la domanda è più che legittima: il senso di scrivere qualcosa per fare sì che questo sia di dominio pubblico, nonostante se ne dà di questo processo la definizione di diario, dov’è? Ma soprattutto, il piacere di scrivere, destinare pensieri a un imprecisato gruppo di persone definite “amici”, con il conseguente ricevere questo flusso di pensieri, è davvero definibile piacere? La constatazione che mi pare ovvia è, che rendere pubblico qualcosa immediatamente e in maniera ugualmente immediata ricevere da un altro ciò che egli pubblica, non trova il minimo gusto; questo per il semplice fatto che così come il diario esigeva attesa nello scrivere, così procurava sorpresa a chi leggeva, scoprire che qualcuno come me sulla faccia della terra ha originato un determinato pensiero, esattamente come faccio io. Mettendo a paragone “il diario” con il libero flusso di pensieri generato dai social network, quasi come se si trattasse del flusso di coscienza di James Joyce, non si trova la stessa soddisfazione, perché nel secondo caso è già tutto pronto. Il senso di quest’ultima considerazione è questa: nel momento in cui io noto qualcosa di mio interesse, se mi ritrovo nel mondo reale, attendo di poterla condividere con i miei conoscenti e c’è un’attesa che trascina con sé una piacevole sensazione, cioè che tutto ciò che ora starò per condividere sarà bellissimo. Se ci trovassimo nel mondo dei social il risultato sarebbe (purtroppo) questo: io vedo qualcosa di interessante su un social, quindi lo pubblico, quindi “taggo” un mio amico, quindi lo condivido. Ma in tutto questo il piacere di condividere dov’è? Il termine condividere, inserito o gettato brutalmente in questo contesto, perde la sua essenza, perché si riferisce a un gesto di avere in comune, quindi è proprio di un contesto sociale e non “social”. Semmai l’essere social porta sul binario opposto cioè quello di allontanare gli individui tra di loro, garantendo solo una stretta ma vuota comunicazione. Detto ciò il ragazzo/a che scriveva sul suo diario non esiste più, ora abbiamo il ragazzo/a che pubblica su facebook, ma non si è capito ancora il destinatario. Tuttavia, queste mie parole finiranno su un social, quindi chioso la mia contraddittoria polemica con le parole di un uomo, che sapeva come e a chi comunicare, con la premessa che non sono nessuno per potere imporre, ma un semplice nessuno che pone dei quesiti:

 “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Gianmarco Scrivano

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