Amori tossici

L’altro. Questo è uno dei problemi ricorrenti nella quotidianità di molti, se non il problema. Sorge come problema perché ci ritroviamo nel ventunesimo secolo, e questo è noto come il periodo storico dell’atarassia generalizzata, mascherata da un sentimentalismo di forma, che contrariamente ai suoi presupposti sfocia in azioni viziose; di azioni viziose si parla, perché universalmente si può affermare di essersi trovati almeno una volta in un attimo di inferiorità e fragilità, e il fattore causante di questa condizione viziosa è il muoversi incosciente e indifferente del prototipo umano di questo secolo.

Certamente alle nostre spalle c’è un patrimonio culturale di esperienze artistiche e umane, per cui non si può dire di non avere esempi di vita, in quanto esiste ancora il meraviglioso, ma questo rimane un terreno incolto, perché frattanto appare più conveniente e sicuro affidarsi alla meraviglia sensibile: giusto per intenderci, esistono vari modi di procurarsela e si può usare il termine droga per essere chiari, termine per cui possiamo davvero intendere gli stupefacenti (che sono il primo mezzo per sublimare un’esistenza veramente vissuta in un semplice attimo di estasi, che termina subito dopo però) ma più largamente ogni cosa che ci rassicura, ci rende stabili, nel solo momento in cui ne necessitiamo, ma non ci completa veramente e ci lascia ancora più vuoti. Ma questo non è un discorso anti-droga: quello su cui bisogna vertere e riflettere è la solitudine imperante nel macrocosmo delle relazioni umani.

Parlare di solitudine oggi non significa trattare una tematica vergine, ma è un effetto collaterale della normale (ma non totale) maniera di comportarsi dell’uomo, cioè interessarsi a sé e solo a sé.

Non si tratta di proporre un monito bigotto all’uomo di oggi, e impedirgli di realizzarsi nella maniera che gli pare opportuna, ma certamente c’è da rilevare il fatto che dinanzi a noi c’è sempre un altro, cioè “il problema”, e va inquadrata una prospettiva in cui accorgersi di questo e allo stesso tempo guadagnarsi una vita ben vissuta. Detto ciò va individuato il percorso in cui si possono soddisfare queste due prerogative, con la conclusione di sentirsi bene con sé e con l’altro.

Nessuno affermerebbe di non voler rivivere un momento in cui stava bene, e quale condizione migliore c’è di quella dell’infanzia? Per cui se ci ritroviamo in una condizione di amarezza, o nel caso opposto di pomposo menefreghismo per cui ci sentiamo sicuri e intoccabili, ma sempre della stessa debolezza stiamo parlando, bisognerebbe porsi una domanda, allontanare tutti i richiami fuggevoli e cercare di vivere da bambini. È una tematica trita e ritrita quella del bambino eterno che deve vivere in noi (Giovanni Pascoli è un esempio), ma è sempre valida. Tutto questo perché il bambino ha quella sensibilità mista ad insensibilità o meglio leggerezza, che gli consentono di vivere a pieno le cose, senza intermezzi artificiali o risorse misteriose.

E questo perfetto misto è ciò di cui necessita l’uomo contemporaneo, altrimenti quel macrocosmo delle relazioni umane tenderà ad essere sempre di più una ruota della fortuna, in cui chi ferisce sarà ferito, e chi sarà ferito ferirà. Un mezzo utile per “essere” bambino in questo mondo è vivere la cultura, ma lontana da ogni bisogno veloce e velocemente appagante, cos’altro ci permette di meravigliarsi? Se ci si chiede cosa si intenda per meraviglia, la risposta è semplice: accogliere la vita nella sua semplicità, condizione preliminare per accogliere l’altro con più serena semplicità.

L’effetto placebo oggigiorno è riconoscere soddisfazione e piacevolezza nelle azioni viziose citate prima, che sono indubbiamente un nascondiglio sicuro, ma uscito fuori da questo, sormontano insofferenza e indecisione. Tale modalità d’azione conduce l’uomo ad un binario, e molto spesso la via scelta comporta questa soluzione: il rincorrere desideri sbagliati, e dall’altra parte sotterrare tutte le forme genuine e pure dell’animo umano, cosa che il bambino insegue sempre, e che rappresenta la via perduta prima dell’affrettata e inconsapevole scelta compiuta al binario della vita.

A ragion veduta l’inseguire e l’essere inseguito dal desiderio rapido, che in alcuni casi porterà anche a un soddisfacimento personale, a lungo andare avrà come esito il rifiuto della vita, rifiuto della vita che si accompagna però anche ad un rifiuto di tutte le esperienze umane che tanti poeti celebravano, sicché si procede ad una cancellazione della propria cultura. La somma di queste considerazioni a cosa porta? Al vivere rintanato nel proprio bunker di voglie precarie, stessa condizione del tossicodipendente che vive della propria dose, e scappa dal mondo, silurando la propria vita con un no in cambio di un piacere tossico e immediato.

Gianmarco Scrivano

 

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