Civiltà e inciviltà

Sui quotidiani che abbiamo spesso tra le nostri mani o sugli apparecchi tecnologici ancora di più soggetti ad uso delle nostri mani, sentiamo o leggiamo di problematiche di ordine sociale e culturale come il tema dell’immigrazione, dell’interazione culturale nelle scuole e nelle istituzioni statali e poi di problematiche (se di questo si tratta ma da questo discorso escono dei dubbi) sempre di tipo culturale ma legate alla cronaca di vario tipo: scandalosa, nera o rosa. Il denominatore comune di queste problematiche è l’ordine sociale o l’interesse della comunità, sia che si parli di stato, sia che si parli di nazione o di qualunque altro contesto culturale, politico, sociale o religioso.

È una premessa un po’ banale e ovvia spiegare che parlare di queste tematiche è doveroso e anzi naturale in una società di qualunque tipo, così come è o è stato naturale il formarsi e il riprodursi di comunità che sfociano nella creazione di stati, nazioni o altri tipi di grandi apparati politici. Un contenitore però ancora più grande, che include questi segmenti che vanno a formare la linea dell’ordine sociale è il concetto di cultura; così come la storia e molte altre discipline o scienze umane ci dimostrano, si parla di cultura da quando si parla di uomo, intenso in senso fisico, partendo dagli ominidi nati milioni di anni fa, giusto per intenderci.

Ritornando al discorso della contemporaneità e dell’uso che si fa della comunicazione e dell’informazione, c’è da porsi allora il nodoso problema della comunicazione o della comunicabilità all’interno di un ordine sociale, non solo inteso come democrazia, ma più largamente all’interno delle reti di comunicazione come internet, televisori, giornali. Ciò che accomuna questi tre mondi intimamente legati cioè ordine sociale, cultura e informazione è il concetto di uomo, protagonista, ma non completamente di tutti i tre. La storia dell’uomo ci dimostra che più volte si è ripetuto quel meccanismo per cui un singolo che potremmo chiamare soggetto uno, si è ritrovato ad avere a che fare con un altro singolo o soggetto due, diverso (ma non più di tanto) da questo; dopo il momento dell’incontro tra i due soggetti si è presentato però il problema della comunicazione e poi dell’interazione. Ma il lieto fine dell’abbraccio fraterno fra i due singoli poche volte si è avverato nella storia dell’umanità, se non grazie all’interdizione di meravigliosi singoli che oggi ritroviamo nelle pagine dei libri di scuola. Questo barboso gruppo di parole usate fino a questo punto è utile per parlare del problema della cultura e di un suo aspetto, cioè quello della civiltà: quando si parla di cultura si parla anche di civiltà e parlando dell’oggi, cioè di un momento storico in cui valori come cultura, interazione, e fratellanza sono pompati sui nostri organi ricettivi come miele da trangugiare piacevolmente e passivamente grazie ai mezzi di comunicazione, bisogna interrogarsi sul problema della cultura e dell’interazione, almeno per risolvere il problema dei singoli soggetto uno e due come nei primi secoli dell’umanità, e per risolvere il problema dell’interazione oggi che è molto più complesso dato le cifre esorbitanti dei popoli che vivono in questo mondo.

Ancora di più bisogna risolvere il problema del singolo come parte dell’ordine sociale, perché laddove l’uomo oggi è celebrato sempre di più come padrone del suo mondo, in realtà è sempre più debole e desideroso di appigli sensibili; questo solipsismo dei singoli perdura perché non si affronta il problema dell’altro, così come gli ominidi si infischiavano dei propri simili per sopravvivere, o peggio ancora come fanno gli animali tra di loro. Ma presupposto un primo dato sensibile all’uomo cioè che vive con i suoi simili, quindi qualcosa dovrà pur dire all’altro se arriva a capire che è dotato di parola, allora in un mondo saturo di comunicazione, chat, chiamate al telefono e ingannevoli rapporti interpersonali o intercontinentali in cui tutti sono fratelli di tutti, bisogna dapprima interrogarsi, realizzare che si vive in un ordine sociale, perché non ci si può tirare fuori da un ordine chiaro come quello della comunità umana, capire che si vive con dei simili e non con dei nemici politici, religiosi o di altro genere, ma che semplicemente questi sono simili con diversa formazione e diverso interesse.

Quindi inorgoglirsi di possedere questo valore della civiltà è un crimine, così come lo era per i nostri antenati greci quando si fregiavano di essere maestri di sapienza, ma allo stesso tempo erano soliti emarginare o demonizzare gli schiavi o chi non parlava greco. Per cui è necessario, se si vuole soddisfare il principio di felicità comune all’interno dell’ordine sociale, prendersi cura di sé e dell’altro come uomo, cioè la categoria che accomuna me e l’altro soggetto. Nella pratica si può siglare questo discorso con un suggerimento chiaro e semplice, per una migliore convivenza umana e sociale: interessarsi all’altro al di là delle convinzioni ideologiche; e così magari ci sembrerà normale accettare l’altro sia che si parli di straniero geograficamente inteso, sia l’altro che vivrà anche a 10 chilometri dalla propria casa, ma sempre un altro è, con un suo bagaglio di esperienze da condividere. Cosa fare altrimenti? Chiudersi nel proprio guscio telematico e avere l’idea di interagire con l’altro e avvicinarsi solo a ciò che riporta un utile a sé stessi. Il problema sorge però quando il singolo si trova a che fare con un altro e non sa come agire, o quando in un caso più universale, per esempio urgenze socio-politiche, una comunità non sa come reagire al confronto con un’altra comunità, e qui calza a pennello il problema del razzismo o dell’integrazione culturale. Dopo l’incontro tra due soggetti particolari o universali sorge la domanda, cosa fare? Se ciò porta a spaesamento o insofferenza la risposta è semplice e pratica: accettare l’altro e guardarlo come un altro me.

Gianmarco Scrivano

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