Elogio al CNEL

È passato un anno ormai dal referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Il referendum per confermare le modifiche che erano necessarie per ammodernare questo Paese rimasto fermo al dopoguerra, almeno stando a quanto diceva chi quella riforma l’aveva elaborata. Il referendum di Renzi & Co. O meglio il referendum di Renzi e basta, visto che lo ha personalizzato così tanto da promettere che si sarebbe ritirato dalla politica qualora il suo progetto di riforma non fosse passato. E così è stato. E lui ha mantenuto le promesse… A modo suo…


Ma aldilà del nostro simpatico amico fiorentino,
io credo che tanti abbiano votato NO non solo sperando di cacciarselo finalmente dalla balle (poveri illusi), ma anche perché non condividevano nel merito la riforma. Credo ricorderete tutti i grandi dibattiti. Ognuno era un grande costituzionalista. Io preparavo proprio l’esame di diritto costituzionale in quel periodo. E non nego che ad avermi spinto a votare NO allora, oltre l’incommensurabile antipatia nei confronti di Renzi, oltre a precisi idee nel merito, c’è stato anche un terzo fattore. C’era, per me che lo stavo preparando proprio in quei giorni, il rischio che cambiasse consistentemente il diritto costituzionale italiano. E sinceramente, proprio ora dovevano farla questa riforma?

Comunque sia, per una volta mi sono trovato dalla parte dei vincitori.

Eppure, nonostante i dibatti, le simpatie, le antipatie per Renzi, gli esami, sembrava che ci fosse un punto di quella riforma su cui tutti fossero d’accordo. L’abolizione del CNEL! Anche il più afferrato NO era d’accordo su quel punto. Io però, e credo come me pochissimi, ero in disaccordo anche su quello. Provo a spiegarvi brevissimamente perché.

Che cos’è il CNEL? È il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Un organo costituzionale previsto dall’art. 99 della Costituzione, con funzione consultive verso il Governo. È dotato anche di iniziativa legislativa. Il punto è che nei fatti ogni Governo non ha mai trovato il motivo per coinvolgerlo, ed esso stesso ha esercitato pochissimo il suo potere di iniziativa legislativa. Perciò: cacciamolo!

Ma se esiste, un motivo ci sarà. Nell’idea del costituente, qui dovrebbero essere RAPPRESENTATI i vari interessi delle diverse categorie sociali dell’economia nazionale. Lavoratori e datori di lavoro, detto in soldoni, in conflitto da quando è nato il capitalismo, avrebbero dovuto portare qui i loro interessi di categoria per discuterne e trovare “soluzioni”.

Ma perché serviva un altro organo in cui fossero RAPPRESENTATI gli interessi di categoria in un Paese con già due Parlamenti, per giunta nella Prima Repubblica quando c’erano i partiti che erano un punto di riferimento tutto sommato stabile per le diverse fasce della popolazione? Semplice: perché nel Parlamento i partiti non RAPPRESENTANO i diversi interessi di chi li vota. Allora e maggiormente oggi nella Seconda Repubblica.

I partiti non hanno mai RAPPRESENTATO niente non perché non sono bravi. Ma perché in Italia c’è una cosina, prevista dall’art. 67 della Costituzione che è il “divieto di mandato imperativo”. E cioè chi viene eletto, pur tramite un partito, non ha nessun “mandato”. Nessun rapporto lo lega all’elettore e tanto meno al partito. Perciò non può, anzi non deve fare gli interessi dell’elettore, e può persino “cambiare casacca” passando a un altro partito.

Questo meccanismo assurdo, è figlio di un capitalismo stupido e bigotto, e ce lo portiamo dietro come una zavorra. E oggi persino Berlusconi lo ha capito e vorrebbe cambiarlo.

Quando a seguito dell’avvento del capitalismo si ruppe con il vecchio stato, si creò lo stato liberale, o stato monoclasse. Monoclasse perché vi partecipava solo una classe: il ceto benestante che solo aveva il diritto di voto. Tutte le altre c’erano, ma erano escluse. E così si eleggevano tranquillamente i membri del parlamento. Non importava quale partito, o meglio casacca, vestissero. Tanto di sicuro provenivano dal ceto borghese che li eleggeva, e avrebbero fatto i loro interessi. Per cui grazie tante che non si poneva il problema della RAPPRESENTANZA! Nessun mandato. E anzi ci si inventò l’idea che gli eletti dovessero fare gli interessi della Nazione tutta, svincolati da qualsiasi mandato, liberi di muoversi. Tanto la Nazione vera era solo una classe della popolazione.

Gli eletti più che RAPPRESENTARE nel senso di trovarsi lì per conto di qualcuno, facevano lì un’altra cosa che va sotto il nome di RAPPRESENTAZIONE. Cioè rappresentavano nel senso che agivano liberamente, senza mandato. Come gli attori in teatro si mettono la maschera e fanno una RAPPRESENTAZIONE di quei ruoli. Il ruolo di parlamentare. E quindi c’è ed è forte questa dicotomia tra RAPPRESENTANZA e RAPPRESENTAZIONE.

Purtroppo con l’estensione del voto a tutti, i partiti di massa, e l’apertura finalmente a tutti gli interessi in campo nello stato di democrazia pluralista, non si è però coerentemente abbandonato questo modello. Forse perché si è creduto che comunque ogni parlamentare dovesse mantenere ugualmente quella autonomia. Non deve RAPPRESENTARE nessuno, ma RAPPRESENTARE solo il ruolo che riveste e nel farlo deve essere libero di interessi particolaristici.

Per questo il nostro costituente ha introdotto il CNEL. Per temperare questa assenza di rappresentanza. Nei fatti però, come dicevamo, non ha mai, o forse sarebbe più corretto dire che non lo si è mai fatto funzionare. E anzi lo si è continuamente demonizzato. Al punto che anche tanti che hanno votato NO al referendum volevano comunque toglierlo.

Concludo dicendo che oggi siamo arrivati all’apoteosi di questo modello. L’attuale legislatura è quella in cui sono avvenuti il maggior numero di cambi di casacche fino ad ora, da parte dei nostri parlamentari pienamente autonomi che devono fare l’interesse della Nazione (sic!). E quindi io dico: proprio perché c’è questo altissimo livello di rappresentazione, che poi è alienazione capitalistica, più che abolirlo, lo vogliamo far funzionare bene questo CNEL? CHI MI RAPPRESENTA?

Francesco Damico

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