Imitazione

Di che cosa sia l’imitazione e del perchè questa sia lo strumento dell’arte per eccellenza, la cultura greca ha tanto da dire. Imitare significa ri-fare un modello, un oggetto di realtà. L’arte ha un modello, e l’artista si serve del modello per rifare la realtà. Ma che cosa significa imitare e che cosa significa rifare? Questo è stato il centro del grande dibattito sulle arti in epoca greco antica.

Mimesis(imitazione) come produzione di un’opera che prende anima dalla realtà, che ne è figlia, ma non copia perfetta: la statua scolpita sul marmo ha il beneficio di essere maestosa e imponente ancor più del suo modello umano, sebbene sia fatta a sua immagine e somiglianza. Imitare un modello significa rifarlo , ricomporlo, e quindi farlo a modo proprio: l’imitatore è colui che cambia la realtà pur servendosene come modello.

Quando Aristotele parla di Imitazione in riferimento all’arte poetica, sa che l’artista non è colui che riproduce in maniera fedele un’esperienza, un fatto storicamente accaduto; piuttosto colui che imitando rielabora, diversifica il modello (il ri-fare è appunto un fare nuovamente qualcosa, e questo implica una modifica). Di fatto, il poeta che scrive Tragedie, racconta solo i tratti essenziali, significativi delle esperienze della vita, eliminando quelli contingenti, dati dal caso. Egli è padrone di strutturarli come meglio crede, di inventare fatti ed eventi, e di creare un racconto nonostante egli sia imitatore della realtà.

La Tragedia diventa allora la rappresentazione artificiosa e magica dei fatti umani, e l’imitatore ne è il mago: la riproduzione tragica è l’incantesimo che trasforma i fatti reali e provoca un effetto trasformazionale in chi beneficia dell’incantesimo, la purificazione dall’eccesso delle passioni. Rappresentazione magica perchè lo spettatore viene indotto all’immedesimazione con inganno ad una messa in scena: le vicende importanti della vita, quelle significative, in cui si ha maggiore attenzione e che lasciano il segno nell’esperienza umana, vengono chiarificate ed esposte sulla scena; tutte le altre vicende del quotidiano, i tratti di vita dove non succede nulla, vengono scartati. Lo spettatore , allora, messo dinnanzi alla scene della vita, le sole significative, assemblate nell’artificio della Tragedia, apprende in maniera più semplice che dall’esperienza: infatti è saggio colui che apprende l’arte del vivere dall’esperienza, ma non tutti gli uomini sono capaci di questo, perchè l’esperienza contiene in se fatti e vicende contingenti, accidentali e queste sono la gran parte del vissuto. L’artificio della Tragedia ha in se, come un pharmakon, tutto il contenuto significativo, purificato dall’accidentalità, delle vicende umane: e grazie a ciò che lo spettatore ha dinnanzi a se una chiara rappresentazione della vita, e può meglio apprendere l’arte del vivere da qui, che dall’esperienza che richede capacità di individuare gli errori pratici e capirne le cause, in mezzo ad un mare di casualità e contingenza.

Tuttavia l’imitazione ha dovuto anche rispondere di alcune questioni scomode: la relazione con la Verità e con la dimensione metafisica. Il prodotto della Mimesis è una copia del modello reale? Se si, questo diventa simulacro e impostore della Realtà?

Chiaro è che in questi termini l’imitazione perde la sua potenza prodruttrice e diventa allontanamento dalle cose e dalla Verità, così come lo è la scrittura lo è dalla parola. La Realtà sensibile, inoltre, sembra essere un posto in cui la materia e i sensi non permettono il contatto diretto con la Verità e con l’essenza delle cose, che sta nel Mondo Intellegibile (o delle Idee): sotto questa prospettiva, l’imitazione segue la direzione contraria all’accesso alla Verità, perchè è copia della realtà sensibile che a sua volta è copia del Mondo Intellegibile. Le arti vengono considerate per la loro relazione col mondo delle idee, relazione che è molto debole e che quindi le svaluta in un’ottica dell’arte del vivere, quella che pratica il filosofo che ricerca la Verità.

Andrea Fanelli

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