De Andrè e i suoi testi: Fiume Sand Creek

Dalla penna di un tormentato poeta può nascere di tutto, dalla canzone d’amore si passa tranquillamente alla lotta sociale fino all’introspezione emotiva, tutto questo sempre in difesa del più debole, del tormentato, dell’indifeso, perché in un certo senso tormentato e indifeso lo era anche lui. Sto parlando di uno dei più grandi cantautori della canzone italiana, Fabrizio De André.

Non voglio soffermarmi sulla sua biografia, o sui suoi temi, perché questi li vedremo man mano, voglio soffermarmi oggi su una canzone in particolare, una canzone che narra la storia di un terribile massacro, il massacro di Fiume Sand Creek.

La canzone fa parte dell’album “Fabrizio De André”, meglio conosciuto come “l’Indiano”, decimo album del cantautore genovese uscito nel 1981. Il tema dell’album è il confronto tra due popoli, il popolo sardo e quello dei pellerossa, due popoli allo stesso tempo sia affini che diversi, entrambi minacciati dagli invasori esterni.

Innanzitutto è necessario trattare brevemente prima la parte storica della vicenda.

Il massacro di Sand Creek, chiamato anche massacro di Chivington o battaglia di Sand Creek si verificò il 29 novembre 1864 nell’ambito delle guerre contro gli indiani d’America negli Stati Uniti. Un accampamento di circa 600 nativi americani membri delle tribù Cheyenne meridionali e Arapaho fu attaccato da 700 soldati della milizia americana guidati dal colonnello John Chivington, a dispetto dei vari trattati di pace firmati dai capi tribù locali con il governo statunitense. A causa dei pochi guerrieri armati e capaci di difendersi, gli americani portarono a termine un massacro indiscriminato di donne e bambini, con un numero di morti tra i nativi stimato intorno alle 170 vittime. Il colonnello e i suoi uomini ebbero anche il coraggio di mostrare alcune parti del corpo, in particolare feti di donne incinte e genitali, nell’Apollo Theater di Denver. In America ci furono feroci attacchi per questo episodio e venne aperta un’ inchiesta con dei testimoni che dichiararono la colpevolezza della milizia nell’aver compiuto un vero e proprio massacro a danno di innocenti. Alcuni di questi testimoni furono ammazzati e nonostante ciò, sia il colonnello che le truppe, non furono mai perseguiti. L’episodio innescò dodici anni di Guerre Indiane che ebbero il loro culmine con l’uccisione del generale George A. Custer a Little Big Horn. Dopo 136 anni, nel 2000, il congresso americano si scusò con gli indiani per il terribile massacro. Sul luogo della strage verrà posta una lapide per commemorare le vittime.

Faber, in merito alla canzone, dichiarò di aver preso spunti dal libro-intervista “Memorie di un guerriero Cheyenne” che raccoglie le memorie del pellerossa “Gambe di Legno”.

Dopo un breve resoconto storico, passiamo ora ad illustrare il testo della canzone nel dettaglio, considerando come l’episodio viene raccontato attraverso il linguaggio innocente e forse un po’ surreale di un bambino vittima dell’avvenimento.

Si sono presi il nostro cuore sotto una coperta scura

Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura

Fu un generale di vent’anni

Occhi turchini e giacca uguale,

Fu un generale di vent’anni

figlio di un temporale.

C’è un dollaro d’argento sul fondo del Sand Creek.

La canzone inizia in modo tranquillo, raccontando una notte che sembra uguale alle precedenti, ma che segnerà la vita di tutti i presenti. La storia è, come detto in precedenza, raccontata attraverso il punto di vista di uno dei bambini coinvolti nella battaglia. Tutto il testo è pieno dell’innocente ingenuità del fanciullo. Inoltre già da questi primi versi si dimostra forte il rapporto tra i nativi e la natura che li circonda. E’ intorno a questo che si struttura il brano. Nella descrizione della notte, il fanciullo/De André utilizza l’esempio di una Luna in lontananza. Il villaggio era senza paura, perché nessuno si sarebbe mai aspettato niente. E subito si indica il colpevole: Chivington e i suoi soldati; il figlio di un temporale, di nuovo si riconduce tutto alla natura. Il generale rappresenta l’Occidente e l’avidità umana, che non si ferma davanti a niente.

I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte,

E quella musica distante diventò sempre più forte

Chiusi gli occhi per tre volte,

Mi ritrovai ancora lì

Chiesi a mio nonno: È solo un sogno?

Mio nonno disse sì

A volte i pesci cantano sul fondo del Sand Creek.

indiano

I guerrieri pellerossa erano a caccia di bisonti e avevano lasciato il villaggio indifeso, in lontananza si sente il passo dei cavalli e le grida dei nemici che si avvicinano. Il bambino sa che non preannuncia niente di buono, e cerca di capire se si tratta della realtà o di un sogno. Chiude gli occhi per vedere se tutto scompare, quella realtà è ancora davanti ai suoi occhi, non se ne va. Spera sia solo un’illusione, e chiede conferma al nonno sperando di sbagliarsi, ma purtroppo per lui e per tutti gli altri, non è così. Qui subentra il meraviglioso amore del nonno che tenta di addolcire la morte del nipote, per quanto si possa addolcire la morte.

Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso,

Il lampo in un orecchio e nell’altro il paradiso

Le lacrime più piccole,

Le lacrime più grosse

Quando l’albero della neve

Fiorì di stelle rosse

Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek.

Il giovane indiano crede ciecamente al nonno, perché si fida di lui quindi è solo un sogno. Uno sparo lo colpisce, e già sente che la morte lo sta per cogliere, che il sonno è vicino. E chissà se poi si sveglierà dal sogno. Scorrono le lacrime, e la vita passa via veloce a causa della crudeltà umana. Il sangue dei compagni schizza sugli alberi innevati. Ma non è sangue: sono solo dei fiori, delle stelle rosse. Qui l’intenzione di De André è quella di trasformare delle scene così cruente, crude e crudeli in una poesia innocente degna solo di una mente ingenua ma incolpevole. E ora? Ora i bambini dormono nel fiume, dormono senza pensieri, la loro vita è scivolata via insieme ai loro sogni.

Quando il sole alzò la testa oltre le spalle della notte

C’eran solo cani e fumo e tende capovolte

Tirai una freccia in cielo

Per farlo respirare,

Tirai una freccia al vento

Per farlo sanguinare

La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek.

È giunto il mattino, l’ennesimo richiamo alla natura, qui il Sole e la notte, personificati sembrano non essere in disaccordo come gli uomini. Lui si appoggia delicatamente alle spalle di lei. Arrivata la luce e andati via i soldati, il bambino può vedere la distruzione della sua casa: solo cani, fumo e tende capovolte. Niente più, ormai. Ma la prima cosa a cui pensa è il Sole: tenta così di dissolvere le nuvole e il fumo per permettere alla luce di penetrare e salvare ciò che è rimasto. Tira una freccia. Ne tira una seconda al vento: il Sole deve sanguinare, deve essere punito per aver causato questo, ma sono solo frecce che non possono nulla. La terza freccia rappresenta la vita e l’anima degli indiani, ormai scivolata nelle acque del fiume.

Si sono presi i nostri cuori sotto una coperta scura

Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura

Fu un generale di vent’anni

Occhi turchini e giacca uguale,

Fu un generale di vent’anni

Figlio di un temporale

Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek.

Si ritorna alla strofa iniziale, perché alla fine è tutto collegato. Il bambino ora pensa ai suoi amici, quegli amici che non rivedrà più, ora è costretto a diventar grande, la sua ingenuità è stata spazzata via dalla cattiveria umana, perché l’uomo è debole, soprattutto di fronte ai soldi e al potere.

De André in questa canzone ci dà un’idea della crudeltà umana, ma anche di come la vita passi veloce, non c’è tempo per crescere se il mondo non vuole. Il bambino deve diventare uomo perché non può rifugiarsi per sempre nella natura, il ciclo della vita finisce sia per l’uomo, che per il popolo, sia esso buono o cattivo.

Chiudo l’articolo con una considerazione del poeta proprio sul caso degli indiani, detta in prossimità del cinquecentenario della scoperta dell’America, che ci spiega la visione di Faber e che ci fa capire come la storia la scrivono i vincitori, non i vinti, e come a volte la vita si abbatte ferocemente anche su chi non fa niente per meritarselo, come in questo caso con gli indiani d’America, un popolo amante della natura e orgoglioso della propria indipendenza.

«Voglio solo dire che la sera del 12 Ottobre del 1992 non me ne starò a casa a brindare al cinquecentenario della scoperta dell’America. Anche perché desidero ribadire che non si trattò di una scoperta, caso mai di una riscoperta. Perché quando Cristoforo Colombo, con il solito capello fluente e occhio sognante e piede, sicuramente fetente, sbarcò sull’isola di Santo Domingo, c’era una popolazione […] Quindi, la sera del 12 Ottobre 1992, almeno per quanto mi riguarda, starò vicino agli indiani e ricorderò insieme a loro quello che loro considerano il più grande giorno di lutto nazionale.»

Domenico Tucci

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