Le stragi ci incutono ancora terrore?

Alla luce degli ultimi avvenimenti è lecito chiedersi “che peso ha la vita umana?” e ancora “a tutte le morti viene attribuito il medesimo peso?, “tutte le stragi hanno la stessa importanza?”. La risposta, se prendessimo in considerazione i strazianti eccidi che si sono susseguiti nel corso dei secoli, sospinti e motivati da scopi più o meno “validi”, deve per forza essere negativa! Infatti in relazione a tali eventi la vita umana può essere definita come un ente che di per sè possiede un valore più o meno nullo. Tale valore è stabilito dall’esigenza o meno di avere dei “martiri” da celebrare. Infatti l’umanità ha da sempre convissuto con una sorta di “mercificazione” della morte (ovviamente per quanto riguarda il culto pubblico), generando, anche involontariamente, caduti di serie A e di serie B. Spesso le morti eccellenti (o presunte tali) vengono considerate come validi riferimenti ai quali appellarsi per rendere più agevole la realizzazione di vari intenti sociali e politici, imbrigliando le forme di contestazione e critica legate al concretizzarsi di tali propositi. Nel corso della storia (anche e soprattutto quella attuale) si è stati soliti usare le figure di questi “martiri” per creare e diffondere paura, portando da un lato la popolazione a coltivare un sentimento di partecipazione e unità ma dall’altro ha contribuito al rafforzarsi di atteggiamenti xenofobi contro un “nemico” lontano ma che perennemente bussa alla porta di casa! 

L’ultimo esempio, a noi cronologicamente vicino, è ciò che è avvenuto a New York, dove si è consumato l’ennesimo massacro, rivendicato dall’Isis. Caso vuole però che questo nuovo straziante capitolo avvenga durante la ricorrenza di Halloween, festa molto amata dai ragazzi, che negli ultimi anni ha sempre più rafforzato la sua immagine consumistica, per la gioia dei vari negozianti e rivenditori, che con l’occasione, riescono a far rifiatare le proprie finanze dalla morsa di una crisi economica di cui sembra non vedersi più la fine. Proprio in questo giorno così atteso, un ventinovenne uzbeko, Sayfullo Saipov, residente negli Stati Uniti dal Marzo 2010, entratovi regolarmente come confermato dal Dipartimento per la Sicurezza Nazionale statunitense, dopo aver affittato un pick-up, ha messo in scena il suo crudele piano, falciando diverse persone. La conta finale registrerà 8 morti e 11 feriti.

La notizia come giusto che sia, data la sua portata, viene trasmessa in tutti i maggiori organi di telecomunicazione mondiale. Sembra la solita prassi: viene trasmesso decine di volte il video che riprende, più o meno integralmente, l’attentato; viene mostrato il volto del terrorista e vengono fatti i confronti con i precedenti episodi simili. Però mentre tutto ciò si ripeteva per l’ennesima volta, come tristemente siamo stati abituati negli ultimi anni, si percepisce un nuovo atteggiamento da parte sia degli organi informativi che dei fruitori delle notizie. Sembra infatti che si dia a questa notizia un’importanza marginale e periferica, come a dire “questo non sarà ne il primo e nè l’ultimo attentato terroristico a cui assisteremo”!

Tutto ciò viene avvalorato dal fatto che persino a breve distanza dal luogo dell’attentato la gente proseguirà indifferente la propria esistenza considerando ciò che si era verificato poche ore prima come un evento rientrante nell’ordinario, quindi ci si traveste (ricordiamoci che dopotutto era Halloween), i locali sono affollati, ci si diverte, in pratica ci si gode il più possibile la festività che lentamente si sta avviando verso la sua conclusione.

Anche i social, giudici assoluti delle azioni umane (sia di corto o lungo respiro), hanno manifestato un atteggiamento molto freddo e distaccato nei riguardi dell’accaduto, quasi disinteressandosene. Infatti a riempiere le bacheche e profili dei vari social networks non erano immagini o video dell’attentato od avvilenti riflessioni moralistiche o commenti xenofobi ma immagini di come ci si è travestiti, degli addobbi o gadget strampalati di cui ci si è circondati!

Questo comportamento di massa caratterizzato da un’insensibilità e non curanza verso un evento senz’altro traumatico come può essere un attentato terroristico (indipendentemente dal numero di vittime), possiede al suo interno, sicuramente, profonde tracce psicologiche ed antropologiche. Secondo me ciò che è importante cogliere non è tanto l’indifferenza alla morte, dato che anche oggi “l’uomo occidentale” permane in uno stato di impassibilità di fronte alle notizie di stragi ed eccidi verificatesi in Africa o America Latina o Asia, ma il fatto da sottolineare è che un evento che ha sconvolto il “mondo occidentale” non ha turbato gli “uomini occidentali” più di tanto!

A pelle mi sentirei di dire che ormai “l’Occidentale” ha imparato ad convivere (o meglio a sopravvivere) con il terrorismo, comprendendo che si deve e bisogna andare avanti cercando di rimanere quanto più possibile emotivamente e psicologicamente distanti da eventi pesanti da digerire come quello che si è verificato lo scorso giorno nella “Grande Mela”. Usando una celebre citazione, sembra quasi che il terrorismo sia divenuto un ente che non “terrorizza più” o (aggiungerei) comunque di meno!

Francesco Pizzinga

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