L’eutanasia fase suprema del capitalismo

È da un po’ di tempo che ho maturato una certezza: che non esistono certezze. Lo dico perché invece noto che molto spesso abbiamo una certa arroganza nel discutere sulle cose. Siamo spesso così sicuri che sia come diciamo noi, anzi deve essere come diciamo noi e alla fine viene a mancare proprio la discussione stessa su quella questione. Come se la verità esistesse già da prima. Assoluta. Non merita ulteriori riflessioni e noi ne siamo custodi.

Certo, mi si potrebbe obiettare che è un discorso molto generale. Meglio specificare quindi a cosa mi riferisco. Diciamo che le questioni che secondo me oggi meriterebbero maggiore riflessioni e confronti sono principalmente le questioni sociali. Con questa clausola generale intendo tutto quello che ha a che fare col vivere con gli altri, le proprie libertà, i propri diritti, soprattutto in relazione agli altri. Del resto cos’altro meriterebbe discussioni partecipate se non le nostre stesse relazioni?

Purtroppo, siamo convinti che i nostri diritti siano innati e assoluti. Ce li abbiamo proprio in quanto uomini. Tocca solo scoprirli. Quindi è inutile rifletterci. Aborto, unioni civili, eutanasia: è curioso come tutti questi diritti moderni una volta usciti fuori (non si sa bene da cosa) con la loro forza prorompente necessitano di essere riconosciuti giuridicamente al più presto, così l’umanità può progredire, e se poco poco vuoi fermarti a rifletterci su sei un retrogrado.

Ma come, e da dove nascono? E perché poi li concepiamo così rigidamente?

È bene fare subito una precisazione. Non voglio minimamente arrivare a dire se questi diritti siano giusti o meno. Non me ne arrogo la facoltà, ed anzi è proprio questo il punto: perché quasi tutti lo fanno, sono così sicuri quando se ne parla e si scade sempre nelle rigide categorie di quelli che sono “pro” (progressisti, bravi e lungimiranti) e i “contro” (chiusi, ottusi e conservatori)? Perché è difficilissima una pacata riflessione al riguardo?

Ebbene, secondo me questo atteggiamento forte, sicuro e quindi di “imposizione” ha radici molto lontane, come in tante altre cose. Pensiamo a Socrate quando con la maieutica voleva far partorire all’uomo le verità assolute che possedeva dentro di sé e di cui fosse “custode”. Che poi vorrei sapere in quale parte del corpo ognuno le nasconda. Per non parlare del fatto che queste verità assolute altro non erano che quello che già aveva detto Socrate all’inizio. E quindi la controparte dopo tutto quel percorso dialettico e interiore arrivava a scoprire la verità, ergo ciò che sosteneva Socrate già dall’inizio. Insomma un modo molto elegante di imporre la propria idea. E questo è un altro punto importante: l’uomo ci ha sempre provato a imporre la propria idea spacciandola per l’unica giusta! Inversamente: le cose vengono spacciate per giuste così che poi le si possa imporre agli altri. Insomma, il problema del consenso più di duemila anni prima delle nostre democrazie.

Questo l’atteggiamento generale. Perché per quanto riguarda l’applicazione dello stesso specificamente ai diritti dell’uomo ci avviciniamo più ai giorni nostri e al cuore del problema. Arriviamo all’esplosione dei diritti, quasi come se prima non ci fossero mai stati, in quella che prende appunto il nome di prima generazione di diritti. Locke, il diritto alla vita, alla proprietà, ecc… i diritti di libertà insomma, o diritti borghesi. Quelli che la borghesia rivendicava, strumentali mentre fondava tra il ‘600 e il ‘700 il nuovo ordine mondiale del capitalismo. Dopo secoli di oppressione la borghesia voleva le proprie libertà. Quelle che l’uomo aveva da sempre (ma dove?) e gli erano state sottratte. Non c’era da discutere. Rivoluzione.

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“La Liberté guidant le peuple” (La libertà che guida il popolo), Eugène Delacroix, olio su tela, 1830

E finalmente l’uomo si svincola. Erano libertà “da” più che libertà “di”. Liberi “da” gli altri, “da” lo Stato oppressore. Liberi “di” fare non si sa bene cosa, se non sfruttare il lavoro degli altri. Erano le libertà negative (furono loro stessi ad identificarle così, beninteso, per distinguerle dalle precedenti positive), che giuridicamente diventavano diritti assoluti (guarda caso che termine!), valibili erga omnes e non relativi ed inter partes, come se le nostre situazioni fossero incondizionabili dagli altri. Quasi un diritto cogente.

In questo processo di positivizzazione, trasformando le proprie pretese, i propri interessi in diritti giuridicamente tutelati, ritorna Socrate con i suoi processi “interiori” per avere il consenso di tutti. Qui sta il punto fondamentale. Ogni volta chi fa il diritto lo rivendica come il più giusto possibile per ovvie ragioni di stabilità. Non più relativo dunque, ma obiettivamente giusto e cogente perché sarebbe una semplice riproposizione di verità assolute ed immanenti in tutti noi. Ed ecco che soprattutto nel campo del diritto e della sua creazione ritorna il problema del consenso già visto in generale in Socrate. E questo è quello che è avvenuto specialmente quando la borghesia ha vinto, è diventata classe dominante e ha trasformato le sue pretese in diritti. Diritti non di parte, ma di tutti, o meglio spacciati per tali perché occorreva il consenso per farli e mantenere poi questo assetto.

Eppure in quei tempi ci vide bene Hans Kelsen, uno dei più grandi teorici del diritto, e in una frase che però guarda caso non ebbe moltissima fortuna, disse (parafrasando) che dietro ad ogni diritto fissato in ogni società, non c’è alcun diritto divino immutabile che lo abbia ispirato, né tanto meno qualcosa di immanente alla nostra natura di esseri umani. Per lui, scoprendo il velo si rimarrebbe solo pietrificati dallo sguardo di Gorgone del potere politico. Al contrario dell’assolutismo socratico dunque (tutto interiore ad ogni uomo su qualsiasi punto della terra e in qualsiasi epoca), nulla di più relativo di chi detiene il potere per contingenze storiche e sociali e fa il diritto.

Ma invece si insiste su quella linea plurimillenaria. E quando Nietzsche diceva che da Socrate inizia il declino della civiltà occidentale, chissà se non avesse poi tutti i torti.

Fino ad arrivare oggi all’eutanasia: l’ultimo, non ancora pienamente riconosciuto e il più emblematico tra tutti secondo me. Intesa come libera disposizione del proprio corpo, della propria vita. L’idea che siamo noi a poterne decretare persino la sua irrevocabile fine. Ma impostata non tanto come libertà “di” poter scegliere, ma libertà “da” eventuali vincoli sociali, burocratici e quant’altro. Il medico, i parenti, non contano. Una volta autodeterminata la propria esistenza, o meglio la sua fine, varrà per tutti, erga omnes. E quale altre cosa è più irrevocabile della morte.

Eppure come diceva un impeccabile Gaber: “la libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è PARTECIPAZIONE”.

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Ma tant’è, e a questo punto mi chiedo: così come è impostato oggi, l’eutanasia cos’ha di diverso da tutti gli altri diritti capitalistici? Un tema così delicato trattato come se fosse uno “spazio libero” del proprietario dell’azienda di cui poter disporre. Il potere di decidere della propria esistenza (libertà “di”), quello c’è sempre stato nel corso della storia, penso alla morte stoica o eroica nel mondo antico. Ma non si è mai posto il problema di trasformarlo in un diritto giuridicamente tutelabile. Invece il diritto di morire, impostato nel modo che ho detto più su (“libertà da”, è bene ripetere) non è un caso se nasce solo recentemente e si cerca di farlo valere come assoluto e cogente. E se ne discuti, sei del Medioevo. Come dicevamo all’inizio.

E così mentre Lenin tempo fa scriveva un libro intitolandolo “L’imperialismo fase suprema del capitalismo”, io oggi azzardo questo: che il capitalismo arriva alla sua apoteosi portando come nuova grande conquista dell’umanità l’ultimo diritto: quello di morire. L’eutanasia fase suprema del capitalismo.

Francesco Damico

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