La Catalogna ci riprova, sarà la volta giusta?

La Spagna come la conosciamo oggi, nei prossimi giorni potrebbe subire uno storico mutamento, in virtù del referendum secessionista catalano, fissato per il primo Ottobre 2017. Nel caso che realmente i cittadini di tale regione siano chiamati alle urne, essi avranno l’opportunità (non per la prima volta) di far compiere al proprio territorio un passo cruciale, riuscendo a coronare un sogno indipendentista da sempre inseguito. Ma come si è arrivati a questo punto?

La Catalogna fu riconosciuta solo nel 1978 dalla Costituzione entrata in vigore alla fine della dittatura di Francisco Franco come «comunità autonoma» dello stato spagnolo, cioè un territorio sottoposto alla giurisdizione centrale di Madrid (soprattutto in campo economico) ma godente di particolari privilegi sociopolitici. Tale comunità autonoma, nel 2006, ottenne l’opportunità di modificare lo “Statuto Catalano”, procurandosi sia il titolo di “nazione” dentro lo stato spagnolo sia il “diritto e il dovere” di affiancare (all’interno dei territori regionali), come lingua ufficiale, il catalano al castigliano. Un ricorso nel 2010 annullò quasi completamente le aggiunte compiute nel 2006, dato che giuridicamente collidevano con il testo costituzionale del ’78. Seguirono diverse manifestazioni (più o meno pacifiche) che trovarono la propria apoteosi dello svolgimento del referendum per l’autodeterminazione del Novembre 2014, in cui si registrò una decisa vittoria in campo indipendentista. In virtù di ciò, nell’anno successivo venne avviato dalla camera catalana un provvedimento che prevedeva la creazione di uno “Stato indipendente in forma di repubblica” nella regione, trovando immediatamente l’opposizione del governo centrale spagnolo che tramite la corte costituzionale annullò l’intera operazione. Questo non demolì lo spirito indipendentista della regione, infatti nel giugno del 2017, il presidente catalano Carles Puigdemont, appoggiato da 700 (su 948) sindaci della comunità autonoma, ha comunque indetto un nuovo referendum per il primo ottobre del medesimo anno.

Ѐ inutile sottolineare come tutta questa agitazione sociale non ha fatto che rafforzare le tensioni fra Madrid e Barcellona alimentando ulteriormente il loro leggendario antagonismo. Nelle scorse ore il governo spagnolo ha deciso di dare un colpo esemplare alla ormai divampata protesta secessionista, ordinando l’arresto di 14 persone tra funzionari ed esponenti del governo regionale, in quanto principali organizzatori del referendum non riconosciuto da Madrid. Sono state disposte inoltre le perquisizioni degli uffici degli affari esteri, in quello delle Entrate, del Welfare e del Centro Telecomunicazioni regionale. A ciò va aggiunto il sequestro di dieci milioni di tessere elettorali e dell’80 per cento delle notifiche di convocazione ai seggi referendari destinate agli elettori in vista del voto. Di fronte a questa “prova di forza” di Madrid, il popolo di Barcellona ha deciso di reagire, con la più classica forma di protesta: una manifestazione . Questa, dati i temi caldi in gioco, ha assunto forme violente con numerosi interventi da parte delle unità antisommossa.

Dal punto di vista culturale, un’eventuale secessione catalana influirebbe in maniera molto negativa sugli equilibri spagnoli. Per avere un quadro completo è indispensabile accennare ad alcuni dettagli di notevole importanza pratica per uno Stato. Infatti, perdere un territorio come quello catalano significherebbe infliggere un duro colpo a molti settori cruciali dell’economia spagnola. La Catalogna è sede di oltre 600 mila imprese nonché dei principali colossi della finanza spagnola. Si trova in cima alle mete turistiche iberiche, gode di ottime reti viarie e portuali (primo fra tutti il porto di Barcellona, scalo quasi obbligatorio nel Mediterraneo) ed è anche la regione più dinamica dello Stato spagnolo, producendo il 19% del PIL. Una secessione costerebbe cara ad entrambe le fazioni. Se infatti la Spagna perderebbe la sua regione più produttiva e prospera, con ingenti ricadute sul mercato globale, neanche la Catalogna, almeno per i primi anni, sarà in una situazione migliore, venendo sottoposta ad un periodo di recessione. Tutto ciò si traduce, oggi, in una grande preoccupazione per gli imprenditori che investono o che hanno già investito sul mercato spagnolo.

Ad oggi, le speranze di assistere realmente al referendum sono esigue nonostante la determinazione del popolo catalano. Infatti il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, al fine di “tutelare i diritti di tutti gli spagnoli”, ha dichiarato in Parlamento che “i giudici si sono espressi contro il referendum, come democrazia abbiamo l’obbligo di far rispettare la sentenza”, ricevendo la ferma opposizione di Gabriel Rufian, esponente della sinistra repubblicana catalana: “tolga le sue sporche mani dalla Catalogna”.

Mentre l’ex presidente catalano, Artur Mas, dichiarava: “è stata sospesa la democrazia, il governo spagnolo ha oltrepassato la linea rossa”, la cancelliera tedesca Angela Merkel affermava: “abbiamo a cuore la stabilità”, schierandosi a sostegno di Madrid. Dal canto suo, l’attuale presidente catalano Carles Puigdemont, oltre a confermare il referendum indipendentista, sempre in data primo Ottobre, ha chiamato i cittadini catalani a “dare una risposta ferma, con un atteggiamento civile e pacifico”. Pesanti sono anche le dichiarazioni del vice presidente catalano Oriol Junqueras: “stanno attaccando le istituzioni di questo Paese, quindi i cittadini. Non lo permetteremo”, della sindaca di Barcellona, Ada Colau: “è uno scandalo democratico che si perquisiscano le istituzioni e si arrestino cariche pubbliche per motivi politici. Difendiamo le istituzioni catalane” e del segretario Pablo Iglesias: “è una vergogna, in Spagna tornano a esserci detenuti politici”. Questa a cui stiamo assistendo oggi è solo l’epilogo di una serie di scontri politici tra Madrid e Barcellona, che si sono alternati per tutta l’estate 2017, passando anche per il blocco dei fondi federali da parte del governo centrale, al fine di evitare che denaro pubblico venisse utilizzato per un referendum considerato illegale e anticostituzionale da Madrid .

Un’ altro tema caldo, esclusivamente riservato per gli amanti del “rettangolo verde”, sempre legato alla secessione catalana è quello calcistico con la possibile esclusione del Barça dalla Liga, con le dovute complicanze economiche per il club blaugrana e il conseguente annullamento de “El clasico“ con gli odiati rivali del Real Madrid. Niente di concreto per il momento, ma nel dubbio l’avvertimento è stato rilanciato nei giorni scorsi dal presidente della Liga, Javier Tebas. Il calcio è forse l’argomento giusto per poter frenare gli spiriti più nazionalisti, dato che se qualcuno può pensare a una Catalogna indipendente e separata dalla Spagna, è praticamente impossibile immaginare un Barça escluso dalla Liga!

Francesco Pizzinga

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