Ricordo ancora quel Locri-Palermo..

Ho avuto l’occasione di leggere un articolo di una bravissima blogger, che potete visionare qui, su quanto prendere un treno possa diventare “un’esperienza” assai differente a seconda che vi troviate a Nord o a Sud della capitale. Abitando a Locri, sulla fascia Ionica calabrese, ho ormai metabolizzato la scomparsa dei treni a lunga percorrenza che ho avuto la fortuna di prendere dalla mia cittadina molte volte, sostituiti al più da due coppie di “intercity” che raggiungono Taranto.

Da amante dei treni e titolare CartaFreccia (anche se pagare il biglietto in modo molto “smart” e vedere arrivare la littorina a diesel mi fa sorridere ogni volta) ho avuto due esperienze davvero “paranormali” con i treni dalle mie parti. Tralasciando il sovraffollamento, l’igiene, i ritardi, tralasciando anche quella volta che tornai da Bruxelles, centro d’Europa, con l’aereo a Roma per poi giungere in InterCity a Rosarno dove venne a prendermi mia madre in auto in assenza di mezzi pubblici, e la circumnavigazione della desolata e malandata Limina perché l’unica galleria era chiusa per lavori, sì, tralasciando anche questo, rimane solo quel Locri-Palermo. Andata e ritorno.

Erano i primi di Settembre del 2016 e accompagnavo per motivi di studio la mia ragazza in quella che è la quinta città d’Italia per popolazione, la seconda capitale del Sud, un crocevia di culture con una storia millenaria. Partivamo da Locri e da Siderno, cioè dai due maggiori centri della costa Ionica reggina. Questo per dire che, comunque, non andavamo dal più piccolo paesino di Calabria al più piccolo paesino di Sicilia, e che avevamo ragione di credere che avremmo affrontato un viaggio normale.

La prima incognita è come raggiungere i traghetti a Villa San Giovanni: dopo aver appurato che non era il caso di compiere un viaggio di quasi tre ore con un cambio (perché le littorine si fermano a Reggio Calabria Centrale, quindi per giungere in Sicilia anche per un folle partito in “intercity” da Taranto serve almeno un cambio, e non entro qui nella questione dello smantellamento della stazione R.C. Mare) ci facciamo accompagnare alla stazione di Rosarno, lato tirrenico, dove ogni tanto qualche treno si vede. E per fortuna la famosa galleria, fino alle 22, è aperta.

Da Rosarno giungiamo in regionale a Villa S. Giovanni, dove chiediamo (che emozione vedere una biglietteria funzionante in una stazione vera!), avendo noi il biglietto per “Messina Centrale”, se ne dovevamo fare un altro. Il controllore ci spiega che no, non dovremmo pagare, però forse, sebbene, insomma, d’altronde, uno di quei treni diretti a Catania o Siracusa sui quali dovremmo salire per stare rigorosamente seduti in carrozza durante la traversata non si trova mica facilmente. Grazie, arrivederci. Prendiamo 5 Euro e facciamo il biglietto del traghetto.

A Messina Marittima scopriamo che a Messina Centrale si arriva a piedi lungo la banchina perché sono praticamente la stessa cosa, ma l’app Trenitalia consigliava di attendere un fantomatico pullman per un viaggio di circa 5 minuti. Immagino un turista straniero “fidarsi” della tecnologia come potrebbe fare tranquillamente nel suo paese e rabbrividisco immaginando la sua sorte, per ore sotto il sole cocente. Ma le sorprese di Messina non sono finite. Devo dirlo, la nota positiva è un panino imbottito in tutti i modi possibili e immaginabili a solo un Euro, in un chioschetto davanti la stazione.

Tra le varie attese, comunque, sono già passate circa quattro ore (i treni sulla tirrenica ed i traghetti non sono così frequenti come immaginavamo, nè gli orari coincidono sempre) per fare quelli che sarebbero poco più di 100 chilometri. Ma ormai siamo a Messina, città di quasi 250.000 abitanti, terzo comune non capoluogo di regione più grande d’Italia, e soprattutto dobbiamo andare a Palermo, quasi 700.000 anime, insomma, questo per dire che, sì, ci sarà un treno veloce, che copra quei 225 km in due orette, magari, e dico magari, con una o due fermate intermedie? Dai, non pretendevo mica una Freccia, che senza ponti, tunnel, trafori, viadotti o seggiovie sullo Stretto è impossibile che ci sia! (Si potrebbe pensare ad una deroga data la situazione eccezionale, ma è pura fantascienza).

Il treno quel pomeriggio ci mette solo tre ore e quaranta. Ma è doveroso dire che un regionale veloce, che ci mette tre ore e dieci, c’è, ed anche, per fortuna, un intercity che ci mette anche meno. Il problema maggiore è la frequenza di questi servizi con tempi di percorrenza normali considerando anche i centri che servono con le fermate intermedie, che avremmo scoperto essere molto esigua al ritorno. Rassegnati, riflettiamo sul fatto che per costi e tempi converrebbe quasi studiare a Roma, forse anche a Firenze, addirittura.

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Questa è Firenze S.M.N.

A proposito, nel capoluogo toscano eravamo stati poco più di un mese prima. Con un abbonamento facevamo la spola tra Lucca, Pistoia, Pisa e la città dei Medici, consumando le suole delle scarpe ammirando le varie bellezze di quei posti. Avremmo fatto altrettanto a Palermo, che lei non aveva mai visitato e che io avevo dimenticato dopo una breve visita anni fa.

Arrivati alla stazione centrale, la situazione è un po’ diversa da come ce l’aspettavamo. Sapevamo che il biglietto da visita non poteva essere un’altra Santa Maria Novella, pullulante di servizi, negozi.. persone! Palermo ha quasi il doppio degli abitanti di Firenze, ma per ovvi motivi geografici non può essere un nodo nevralgico nazionale. Però non ci aspettavamo neanche di trovare solo qualche littorina a riposo e un Mc Donald’s semi-deserto come unico luogo dove ci fosse un’anima viva.

Palermo centrale 1
..e questa è Palermo Centrale.

Domandandoci quanto una simile differenza dipenda effettivamente da ostacoli naturali e quanto, invece, da volontà politiche sedimentate che prevedono l’esistenza di “due Italie”, magari giustificandosi dietro la mancanza di un ponte (o dietro l’esistenza delle rocce al Sud..), dopo solo otto ore eravamo a destinazione. E per fortuna il primo tratto era stato in auto.

Durante il soggiorno la città addolcisce l’amarezza iniziale (e sfido chiunque a non provarne, dopo un viaggio del genere) con le sue bellezze ed il suo street food, che certo meriterebbero tutt’altra fruibilità ai pubblici di tutto il mondo. Ma al momento del ritorno avremmo avuto un’altra sorpresa, scoprendo che l’ultimo treno per non restare a Palermo senza un posto dove dormire è alle ore 14.15. Quindi, pensateci bene prima di gustare la terza arancinA, perché la folle corsa lungo via Maqueda non ve la toglie nessuno. Dribblando passanti e artisti di strada mentre pensavo a quanto sia ridicola una cosa simile (e se uno a Palermo dovesse andarci per lavoro? Impossibile non pernottare almeno un giorno), ce la facemmo. Eravamo su quel treno. L’idea di dormire su una panchina ci aveva motivati bene.

Lei si era addormentata. E a me, guardando fuori dal finestrino quelle agavi, quel mare, quelle spiagge sorelle delle nostre, veniva da domandarmi il perché di tutto questo. Il perché della perifericità, della mancanza di infrastrutture, dell’assenza di soluzioni reali ad una situazione alla quale ormai siamo abituati. Il perché del fatto che 350 km  si fanno nel tempo in cui da Roma in su ne fai più di 1000 magari andando avanti e indietro lungo la stessa tratta.

“L’abitudine è la più infame delle malattie, perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte.”

In effetti, in otto ore, ne ho avuto di tempo per pensarci su.

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