Falcone e Borsellino: un briciolo di speranza

Che non sarebbe mai stato facile loro lo sapevano fin dall’inizio, che avrebbero dovuto affrontare tutto da soli lo seppero solo successivamente, dopo che ebbero intrapreso questa lotta contro quello che consideravano il cancro del loro Paese. Non potevano essere persone più diverse Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma erano accomunati da un desiderio, quello di cambiarci la vita, quello di lottare per ciò che consideravano giusto: il desiderio di combattere la mafia.

Il progetto del “pool antimafia”, nato dall’idea di Rocco Chinnici, vide la presenza di un pool composto da quattro magistrati, che avevano un unico obiettivo, restituire Palermo ai palermitani e la Sicilia ai siciliani onesti. Il pool si occupò quindi a tempo pieno dei processi di mafia, fu però grazie all’arresto e alla successiva collaborazione di Tommaso Buscetta che si poté dar vita al primo grande processo contro la mafia in Italia, passato alla storia come il Maxiprocesso di Palermo, iniziato nel febbraio 1986 e conclusosi nel dicembre 1987 con 360 condanne per 2655 anni di carcere. Il lavoro dei due magistrati non fece dormire sogni tranquilli a Cosa Nostra, tanto che costrinse loro e le relative famiglie a soggiornare, controvoglia, in una casa vicina al carcere dell’Asinara. Dopo la mancata elezione di Falcone al CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) e la conseguente elezione di Antonino Meli che, in netto contrasto con Falcone sciolse il Pool, i due magistrati capirono definitivamente la mancata volontà da parte dello Stato di supportarli. Questa intuizione prese corpo definitivamente dopo il fallito attentato all’Addaura ai danni di Falcone che teorizzò quindi la collusione tra criminalità organizzata e i servizi segreti deviati. Le critiche cadranno soprattutto sulla personalità di Falcone durante la cosiddetta “stagione dei veleni”, dove il magistrato venne accusato di aver nascosto una serie di delitti eccedenti di Cosa Nostra, celebre fu lo scontro con il sindaco di Palermo del tempo Leoluca Orlando che lo accusò di farsi unicamente pubblicità.

L’ultimo periodo delle loro vite fu caratterizzato dalla sicurezza che la loro morte fosse vicina, come dimostrano varie dichiarazioni fatte a magistrati molto vicini a loro. La previsione fu, purtroppo, esatta. Falcone venne assassinato nella cosiddetta strage di Capaci, il 23 maggio 1992, insieme alla compagna Francesca Morvillo e tre uomini della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Alle ore 17:58 Giovanni Brusca, al soldo di Cosa Nostra, azionò il telecomando che provocò l’esplosione di 1000 kg di tritolo. Falcone morì alle 19:05 dopo vari tentativi di rianimazione a causa di un trauma cranico e varie lesioni interne.

Strage di capaci - foto tratta da blogsicilia.it
Strage di Capaci – foto tratta da blogsicilia.it

La Sicilia era sgomenta, ferita, rimase sanguinante per 55 giorni, quelli che intercorsero tra la morte di Falcone e quella di Borsellino. Fu quel giorno che la Sicilia morì, e con lei la giustizia italiana. Il 19 luglio 1992 Paolo Borsellino si recò insieme alla sua scorta in via d’Amelio, dove viveva sua madre. Alle 16:58 una Fiat 126 imbottita di tritolo detonò uccidendo oltre al giudice anche cinque uomini della sua scorta, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

La mafia aveva vinto, lo Stato verrà accusato di aver cospirato insieme alla criminalità organizzata dal fratello di Paolo, Salvatore Borsellino che parlò di “stragi di Stato”. Quel giorno la sensazione che prevalse fu la paura. Il popolo italiano era solo ma probabilmente fu solo grazie a quel sacrificio che nacque una nuova coscienza popolare, un’ideale che credeva nella necessità di combattere la mafia. Nei giorni a venire Palermo, la Sicilia e l’Italia giusta rinacquero dalle ceneri.

Falcone e Borsellino, gli uomini delle loro scorte, Boris Giuliano, Peppino Impastato, Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa e moltissime altre persone meno conosciute meritano oggi di essere ricordate per ciò che hanno consegnato ai posteri: un briciolo di speranza, perché la loro lotta non è affatto finita.

Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa dopo la tua morte:“Ci sono tante teste di minchia: teste di minchia che sognano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello… quelle che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero… ma oggi signori e signore davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti… Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge” (Paolo Borsellino).

Domenico Tucci

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: