La cultura dei diritti: l’identità sessuale

La promulgazione della legge Cirinnà, che regolamenta e legalizza le unioni civili, ha aperto un aspro dibattito sociale e culturale nel contesto italiano. Una frattura molto forte si è creata fra conservatori e riformisti, dove anche le rappresentanze religiose hanno avuto il loro ruolo nello scontro. Parlo anche di dibattito “culturale” perché è la cultura di un popolo, i costumi e le convinzioni radicate a far da fardello a chi con fermezza si oppone ad un cambiamento. La cultura intesa come insieme delle tradizioni, delle usanze e dei comportamenti ritenuti validi, come codice morale condiviso, che attraverso l’educazione si diffonde nella coscienza di massa, frena il cambiamento e solidifica il sistema sociale, fa da collante fra istituzioni e popolazione: essa ha un potere forte e stagnante, perché è ripetizione (da generazione in generazione) e rafforzamento di idee e convinzioni, ma anche di istituti sociali e giuridici. Dall’altra parte la Riforma, cioè il cambiamento, adozione di nuovi contenuti sociali e soppressione di altri; la Ri-forma, come dice la parola stessa , forma di nuovo l’ordine sociale, ne modifica i confini e i contorni e di conseguenza cambia i costumi, le idee, gli istituti. Il matrimonio è uno di questi, è un prodotto della cultura ed ha valore identitario, perché consente la costruzione di un’identità sociale; i rapporti clandestini, per esempio, non hanno identità, la figura dell’amante ha una forte accezione negativa proprio perché non può essere riconosciuto ; come tale si contrappone a chi è sposato, a chi è rappresentanza di un costume valido nella comunità. La legge sulle Unioni Civili ha regolamentato e concesso la formazione di un’identità alle unioni omosessuali: la cultura che si sta formando, e che prima si opponeva ad un innovazione di tal genere, sta per ricomprendere (cioè inglobare) l’Istituto della coppia omosessuale. Questa legge costituisce una delle tappe di un percorso di riconoscimento dei diritti civili, di categorie sociali non ancora ben integrate nella società italiana.

Disforia

Non si vuole dare accezioni positive o negative al termine “Cultura”, nel significato che gli abbiamo dato in precedenza, o a quello di “Riforma”. Affermazione della cultura e riforma sono dei movimenti, il primo passivo, che oppone resistenza al nuovo e cerca di mantenere se stesso , il secondo attivo, di cambiamento e di allargamento degli orizzonti, di inglobamento di nuovi territori. E allora viene naturale capire come il termine ” Nomos” con cui gli antichi greci designavano l’Ordine Sociale, indica un terreno fortemente circoscritto, delimitato dalla cultura e dalla tradizione di un popolo: questa circoscrizione è costituita dalla legge e dal codice etico (usanze e idee condivise, ma non regolamentate); legge e codice etico stabiliscono il valore e il disvalore, il giusto e lo sbagliato, il legittimo e l’illegittimo, non solo nel campo legale, ma anche in quello religioso-popolare, medico-scientifico ecc.. Durante la conferenza si è fatto riferimento alla storia della categoria clinica dell’ Isteria, che nasce con Ippocrate e che è sopravvissuta fino ai giorni nostri: i sintomi dell’isteria venivano ricondotti da Ippocrate al ristagno del sangue mestruale nella zona pubica della donna. La cura, che viene proposta in un frammento ippocratico a questa patologia, è quella della procreazione , del farsi possedere dal maschio, in modo da evitare il ristagno del sangue. Questo tipo di terapia è fortemente legata a quelli che erano considerati i sani ideali , indicati dalla società, che ogni cittadino della polis doveva perseguire. La donna greca che si occupava della cura della casa e dei figli, che procreava, era il modello e le stereotipo ottimale della società del tempo : apparato legislativo, sanità, codice etico e rapporti intersoggettivi venivano determinati dall’ ambiente in cui questi si sviluppavano, l’ Ethos vigente, l’ordine Sociale. E allora ,perfino la Physis, cioè la salute fisica che dipende dalla Medicina , è determinata dal Nomos; il Nomos stabilisce la condizione patologica e la conseguente terapia, che è in accordo con i canoni etici vigenti. I vari processi di patologizzazione e depatologizzazione, trattati nella conferenza, e che hanno interessato anche il caso specifico dell’omosessualità non sono altro che dei movimenti di adattamento , da parte del Nomos, ai propri cambiamenti interni: se fino agli anni 70 l’omosessualità era considerata malattia mentale, oggi non lo è più in virtù dei cambiamenti culturali che ci stanno interessando. Alcune cose vengono inglobate, altre vengono lasciate fuori, in un continuo movimento doppio che caratterizza l’ambiente etico. La stessa omosessualità ha vissuto periodi di inglobamento e di affermazione (come quello greco antico) e periodi di estraneità (quello medievale-contemporaneo).

from darkness

Abbiamo parlato di ambiente etico e ordine sociale, come luoghi di vita associata in cui contenuti culturali e regole morali vengono condivise dagli uomini, e in cui queste sono in mutamento. Le comunità umane, dalle più semplici alle più complesse, sembrano nascere e formarsi in virtù di un bisogno di “ordinare”, di stabilire regole e usanze che possano indicare una strada di vita al soggetto che entra in relazione con altri individui. Ma quale è l’identità del soggetto, la sua natura e quindi anche il suo eventuale posto nella comunità? Molte tradizioni antiche, da quella induista, taoista, a quella magico-ermetica della cultura ellenistico-egizia , ci hanno sempre parlato dell’ esistenza di archetipi, cioè di modelli primordiali opposti che sono propri della natura umana, e che sono necessari per l’ evoluzione della specie (il risveglio di kundalini nello yoga e l’illuminazione nel buddhismo) . L’archetipo maschile e l’archetipo femminile sono entrambi presenti nell’anima, in misura diversa, indipendentemente dal sesso. L’archetipo femminile simboleggia ciò che è notturno, sensoriale, grazioso; simbolo di questo archetipo è la figura della Sacerdotessa, che è anche prostituta (che significa libera, senza impegno), che indica le due vie, quella alta della sublimazione dei fluidi e del contatto col divino, e quella bassa della sessualità e dei riti orgiastici, colei che indica la via al maschile. Il maschile, invece, è viaggio fuori dalla dimora, smarrimento , continuo movimento ed esaurimento, ed ha bisogno di un’indicazione, quella femminile, senza la quale non potrebbe muoversi verso l’evoluzione. Sebbene tutto ciò possa sembrare lontano da una riflessione filosofica, più vicina al mito e alle tradizioni magico-religiose, la questione degli archetipi ci introduce ad un’altra questione, forse meno criptica ma comunque vicina a questa: che cosa definisce il maschile e il femminile? Che ruolo hanno il maschile e il femminile nella società? È legittima questa distinzione, oppure l’uguaglianza che tanto ricerchiamo deve annullare queste identità? Un altro grande dibattito contemporaneo è proprio quello dell’uguaglianza uomo-donna, della lotta alle disparità sociali di genere e ad un’educazione, che essendo espressione della cultura e del costume vigente, promuove ideali già consolidati e affermati. Ciò che sta avvenendo dagli anni 70 circa a questa parte è un tentativo di creare un ruolo sociale della donna che sia identico a quello dell’ uomo. Abbiamo la donna che entra attivamente in politica, occupa posti di lavoro prettamente maschili, comincia a svolgere una serie di attività ricreative che prima non svolgeva. I ruoli vengono a mischiarsi, è una donna che vuole diventare uomo, che perde il suo legame con la casa,con i figli, che non indica più la via ma che si smarrisce anche lei sulle orme del maschio. Perché la lotta all’uguaglianza? È necessario che il femminile debba essere il maschile? Se i ruoli sociali sono un prodotto della vita in comunità e di quel bisogno di ordinare che caratterizza l’esser umano, è ingiusto che questi rispecchino una concezione di natura umana (fra le tante possibili e teorizzate nella storia) nelle sue componenti di maschile e femminile ? Ho la sensazione che in una comunità, dei ruoli verranno sempre a crearsi, con lo scopo di dare riferimenti, di creare identità: è un caso di contingenze storiche e motivi particolaristici se la famiglia patriarcale si è imposta nelle varie epoche ed ha prodotto gli effetti culturali che oggi stiamo vivendo. Ruoli e le identità della vita comunitaria,proprio nel loro significato linguistico ammettono differenza e contrasto: abbiamo coscienza di un’identità grazie a ciò che è diverso da questa, a ciò che la nega (altre identità). Stiamo parlando di ideali, di astrazioni che servono a creare un ordine,e sappiamo bene che ciò che ideale, in qualche misura, è staccato dal reale. Tuttavia, in quel bisogno umano di ordinare, di vivere in relazione con altri individui, in relazioni organizzate, è connaturato l’ideale sociale, il posto in società che ci toccherebbe occupare, che è certamente astrazione, ma anche condizionamento reale della vita del singolo.

Andrea Fanelli

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