La musica della pace e della libertà

«Senza rock, niente sogni. Senza sogni, niente coraggio. Senza coraggio, niente azioni» (Wim Wenders)

Il rock è arte, è libertà. Il rock per dirlo con le parole di Kurt Cobain è “totale rifiuto della sacralità”. Per molti è stato un modello di vita. Per alcuni è visto come un’arte, per altri ancora come il modo più vicino per parlare alla gente normale. Il rock nasce nell’America degli anni ’50 con la sua “nuova generazione” che cercava nuovi modi di esprimersi. La musica era ormai stata influenzata dall’avvento di Elvis Presley, definito poi il re del rock and roll e verso la fine degli anni cinquanta il pubblico era aperto a nuove mode e tendenze. Nei primi anni sessanta cominciavano già a sentirsi le prime chitarre distorte e i primi urlatori. La nuova musica ebbe subito un grande impatto in tutto il mondo e soprattutto nel Regno Unito. Innumerevoli giovani inglesi ascoltando il rhythm and blues e i pionieri del rock, cominciarono a formare i loro gruppi. La Gran Bretagna divenne velocemente un nuovo centro del rock and roll, portando al fenomeno della “British Invasion”. Già nei primi anni sessanta, i gruppi inglesi dominavano la scena del rock n’roll mondiale. Primi fra tutte le band inglesi, i “The Beatles”, la band più celebre e discussa della storia della musica contemporanea. Ben presto fu un proliferare di artisti, schierati contro la guerra, che parlavano di libertà e dei mali del proprio tempo: nascono in questi anni i Rolling Stones, Bob Dylan, Beach Boys, Eric Clapton, Jimi Hendrix, Tim Buckely, i Pink Floyd, Frank Zappa, i Led Zeppelin, Van Morrison, i The Doors e molti altri… Spesso si ignora l’importante ruolo che la musica ebbe nella storia dell’Occidente. Il rock insieme al blues, al pop, al country contribuì a far cadere quell’orrendo muro che divideva Berlino e il mondo. Durante la Guerra Fredda il muro demarcava non solo la diversa ideologia o le diverse politiche ma soprattutto demarcava un diverso stile di vita. Da una parte l’Occidente, guidato dallo Stato che allora scandiva il tempo ossia gli USA; dall’altro l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che censurava la “musica del male”, quella occidentale poiché attirava i giovani e li induceva ad abbandonare Berlino Est. Sappiamo che è possibile arginare una folla con un muro, ma certamente non è possibile mettere in gabbia la musica. In poco tempo, attraverso l’utilizzo di radio clandestine, anche l’Est riuscì ad assaporare la musica occidentale. Molti giovani spinti dal sogno della libertà cercarono inutilmente di fuggire verso l’Ovest. Alcuni finirono imprigionati, ad altri andò peggio. Fu anche questo quindi il ruolo del rock nella storia. Un ruolo spesso ignorato poiché si vede il rock solo come un prodotto dell’industria del consumo di massa e non come il simbolo di alcuni strati sociali che desideravano rivendicare i loro bisogni e denunciare le ingiustizie. Un forte dualismo: le rivendicazioni di libertà accompagnate dal consumismo del mondo capitalista. Tutti abbiamo sentito almeno una volta parlare del famoso festival di Woodstock del 1969. Il festival per antonomasia, il concerto rock più importante della storia che raccoglieva il grido di un’intera generazione e le redini della rivoluzione culturale del ’68. Furono tre giorni di trasgressione e stravaganza ma anche giorni di gioia e di grande umanità. Questo è ciò che fa la musica. Essa unisce, non divide. La musica è per me un linguaggio universale di pace e di fratellanza, essa è forse l’unico mezzo in grado di unire il mondo, come del resto immaginava John Lennon nella sua famosissima “Imagine”. La musica è come la magia, suscita emozioni inspiegabili. Spesso può cambiarti la giornata, magari può farti crescere o farti provare nuove sensazioni.

Guns n'Roses - foto tratta da agi.it
Guns n’Roses – foto tratta da agi.it

La musica è di sicuro un grande mezzo di creazione di un’appartenenza ed io mi sento parte del popolo rock. Il mio gruppo preferito sono i “Guns n’ Roses”, quindi vi racconterò la mia piccola esperienza durante la tappa italiana nel loro recente tour “Not in this lifetime” che si è concluso pochi giorni fa a Tel Aviv, in Israele. Siamo ad Imola, 10 giugno. Presso l’autodromo Enzo e Dino Ferrari si raccolgono 90.000 fans scatenati (tra cui il sottoscritto e un altro membro della Scialuppa). Sono ancora le 13 e già i più fedeli si sono piazzati davanti al palco dove si esibiranno, dopo 25 anni dalla loro prima tappa in Italia allo Stadio Delle Alpi di Torino, i Guns n’ Roses. L’evento è moderato e sponsorizzato da Virgin Radio che dalle 18 in poi presenta i gruppi che si esibiscono prima dell’arrivo della famosa band statunitense. Gli indugi si rompono verso le 20:45 quando i Guns entrano sulle note del loro primo singolo “It’s So Easy” dell’album “Appetite for Destruction”. La band si esibisce per più di due ore eseguendo le sue grandi hit, quali “Welcome to the jungle”,”Estranged”,”Sweet child o’ mine”,”November rain”, “Knockin’ on heaven’s door”,”Don’t cry”. Non sono mancate anche delle fantastiche cover, tra cui “Wish you were here” dei Pink Floyd. I Guns hanno poi lasciato il palco sulle note di “Paradise city”, accompagnati da fuochi pirotecnici e giochi di luci che hanno infiammato i fans. Era la prima volta che partecipavo ad un concerto di tali dimensioni. È stata un’esperienza davvero magica e la rifarei ancora e ancora.

Antonino Zampaglione

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