Essere o dover essere: il dubbio amletico?

Mi rendo conto che sono passati mesi ormai dall’ultimo Sanremo, dal successo di Gabbani, dal sentire quella sua canzone vincitrice dappertutto, passata dalla maggior parte delle radio più e più volte al giorno. Che senso ha scrivere ora qualche riflessione a riguardo? Beh, ho voluto aspettare che passasse del tempo per avvalorare ancora di più quello che sto per dire. Ho preferito aspettare che il successo seguisse la sua parabola. Nell’analizzare la canzone sarei arrivato proprio a questo. Forse sarebbe stato più sensazionale fare le profezie all’apice del successo. Ma ho preferito aspettare per essere sicuro. Ad ogni modo, non voglio rivelare già da adesso le conclusioni a cui voglio arrivare, perciò è meglio se procediamo con ordine.

La canzone inizia con una frase, che ho messo anche a titolo di questa mia riflessione, perché è su questa che ruota tutto il mio ragionamento: “essere o dover essere, il dubbio amletico”. Come si sarà notato però, nel titolo ho aggiunto un bel punto interrogativo, perché io oserei più porre la questione: ma essere o dover essere è davvero il dubbio amletico? Tutti, con un piccolo sforzo, si ricorderanno come l’aut-aut posto dal personaggio shakespeariano fosse piuttosto “essere o NON essere”. Ma non si tratta di essere pignoli, non si tratta di una semplice parolina (“non” piuttosto che “dover”). Non è un vizio di forma, ma di sostanza! Perché dietro queste paroline ci sta un abisso dal punto di vista culturale e filosofico, ci sta un lento e lungo progresso dell’umanità nel cambiare i propri paradigmi esistenziali, il proprio modo di concepire l’esistenza, e quindi le relative questioni che di volta in volta si pone.

L’uomo del Seicento ancora non aveva minimamente posto il dubbio tra l’esistenza reale e il piano del dover essere, ovvero un piano ideale, creato e fittizio. Il Barocco è l’epoca della sfarzosità, del carpe diem e del momento mori. È l’epoca in cui c’è una certa ossessione per la fugacità della nostra esistenza. “Tutto il mondo è un palcoscenico, e gli uomini e le donne sono soltanto attori che hanno le loro uscite e le loro entrate”. “La vita non è che un povero attore, che s’agita e si pavoneggia per un’ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla”. E come si evince da queste due citazioni è anche l’epoca in cui il teatro riscuote un certo successo. Difatti è in questo periodo che visse quello che è considerato il più grande drammaturgo di sempre: William Shakespeare. E non a caso sono sue le frasi che ho citato.

Ora, mi si potrebbe obiettare: ma il teatro cos’altro è se non una forma di rappresentazione, di dover essere? Ma attenzione, il successo del teatro era determinato dal fatto che alla gente piaceva andare ad assistere a una rappresentazione per immedesimarsi nei personaggi, tramite quel processo che aveva già individuato Aristotele secoli e secoli prima, ovvero il processo della catarsi. Dunque la separazione non era netta ed “essere O dover essere” non si poneva proprio. Anzi, le due dimensione arrivavano a coincidere! Proprio nell’Amleto ne abbiamo la riprova, quando ad un certo punto della rappresentazione abbiamo il c.d. metateatro, ovvero il teatro nel teatro! Quando Amleto vuole che suo zio Claudio confessi di aver ucciso il padre, fa inscenare da alcuni cortigiani un finto avvelenamento, di modo che lo zio si immedesimi nella rappresentazione a sua volta, e dal disagio scaturente dal rivivere la scena dell’avvelenamento si decida appunto a confessare.

Altra “confusione” tipica tra le due dimensioni, sempre in questa epoca, oltre a quella tra realtà e teatro, è quella che si manifesta tra realtà e sogno, che se vogliamo è un’altra forma di dover essere distinta dalla realtà. Non è stato lo stesso Shakespeare a dire “siamo fatti della stessa materia di cui sono intessuti i sogni”? Emblematica a tal proposito è una storiella che ricorre in questo periodo in molte opere in tutto il continente (guarda caso tutte opere teatrali). Prendiamo la versione di Ludvig Holberg: Jeppe è un contadino, un giorno ubriaco si addormenta in un fosso, e quando si risveglia si trova nel letto del barone e crede che la sua vita da contadino sia stata solo un sogno. Purtroppo poi mentre dorme viene riportato di nuovo nel fosso, e quando si sveglia crede di aver sognato di aver dormito nel letto del barone. Ancora, un’angoscia analoga la prova Cartesio quando dice: “non vi sono indizi né segni abbastanza certi per distinguere la veglia dal sonno”. Cartesio!

In questo scenario, è chiaro che il dubbio essere-dover essere non sussiste. Piuttosto la questione era legata a quel modo “pessimistico” di concepire la vita di cui si diceva. La questione era la stessa che aveva già elaborato Parmenide secoli addietro, sempre in contesti di “comunque vada panta rei”, ovvero: essere, o del tutto non essere! È questo il dubbio amletico. È questo il dubbio che ripropone lo stesso Cartesio, molto insicuro dei propri sensi visto il contesto e che si fida solo della sua ragione. E basandosi solo sulla ragione, sul fatto stesso che pensa, arriva alla celebre affermazione “penso, dunque sono”, risolvendo così a suo modo l’annoso dilemma.

Quand’è che finalmente spunterà fuori la contrapposizione tra essere e dover essere? Bisogna aspettare il secolo successivo, il Settecento. La svolta decisiva la dà David Hume, considerato il massimo esponente della corrente dell’empirismo, che guarda caso si contrapponeva al razionalismo di Cartesio. Egli sposta l’attenzione al mondo che lo circonda, percepito per tramite delle proprie esperienze, che poi si riversano nella mente sotto forma di impressioni e quindi idee. Perciò diventa importante scindere tra l’esistenza e come noi la rappresentiamo nella nostra mente, tra ciò che accade in natura di cui facciamo esperienza e le presunte leggi naturali che noi deduciamo. Scissione tra descrizione e prescrizione. “Tutto a un tratto scopro con sorpresa – scriveva Hume – che al posto delle abituali copule è o non è incontro solo proposizioni che sono collegate con un deve o non deve”. Sein o sollen avrebbe detto Kelsen. Essere o dover essere.

Ebbene, per concludere, una canzone che parte con certe inesattezze pesanti, come ho cercato di dimostrare, ha vinto una delle maggiori manifestazioni nazionalpopolari che abbiamo. Ciò mi fa pensare che il livello culturale medio del popolo italiano è molto basso. Ma non è tanto l’errore commesso. È che questa società credo che Hume lo abbia dimenticato proprio. Lo dimostra il trattamento che gli ha riservato il nostro caro Gabbani. Ed è tornata ad essere frivola, leggera e ignorante. Comunque vada panta rei. Amletica in un certo senso. Che per sfuggire all’ossessione della propria fugacità, ama il cinema e la musica. Si camuffa nel dover essere, quando sotto sotto però sa che la vera partita si gioca tra essere o non essere. Ma non lo ammette. Perché è confusa e non sa quello che vuole, se non continuamente nuovi slanci. Liquida. E non c’è da sorprendersi se in questo gioco, caro Gabbani, prima ti porta in alto e poi ti dimentica. Come volevasi dimostrare.

Francesco Damico

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