Giuseppe Carlino, poeta analfabeta

Nasce a Roccella Jonica il 21 ottobre 1878, un contadino semplice, Giuseppe Carlino. Poeta dialettale analfabeta, non possedendo gli strumenti della scrittura, affidava alla sua fertile memoria i suoi numerosi versi. Lo faceva anche in età avanzata, non disdegnando di farsi ascoltare da chiunque andasse a trovarlo nella sua piccola casa di campagna, in contrada “Fonte”. Ogni anno a carnelavale, Roccella celebrava, “l’olimpiade della poesia”, ed è proprio in questo contesto che nasce il lato artistica del Carlino.

Gettata sulle basi di un costume, di un etos popolare che ogni anno a carnevale faceva sbocciare i demiurghi della grassa risata e dell’allegria attesi ed accolti benevolmente sulla scena paesana della commedia artistica dal popolo abbisognevole di sentirsi sollevato dalla tristezza e dalla pena della vita. E vi si scontrava in campo aperto con il mezzo della parola cantilenata e cadenzata il fior fiore della ingegnosità poetica dei principali rioni cittadini (il rione Marina, il rione Borgo, Zirgone e il rione S.Antonio), spesso rappresentati da simboliche maschere. Maschere fisse o quasi e rote grossolane confezionate a misura di una certa zoticità paesana di gente oppressa e socialmente miseranda che trovava a carnevale un motivo di sfogo e di riso sostanzialmente amaro e una occasione buona per leccarsi le lividure e le ferite come un cane bastonato.

Questo di cui vi ho parlato è la poesia del primo Carlino, che non ha niente a che fare con il secondo Carlino, quello “postbellico”. Questo Carlino è il cantore che insorge compiaciuto delle conquiste sociali del suo popolo lavoratore, ormai divenuto padrone e protagonista cosciente del suo destino; è il cantore delle ansie, delle speranze e delle certezze della sua gente; è il poeta del piccolo epos, non della cronaca ma della storia che chiama il popolo a libertà, alla consapevolezza dei suoi diritti e dei suoi doveri; è il cantore dell’eroismo, non dell’antieroismo. Col secondo Carlino si smette l’etos popolaresco e buffonesco ed entriamo in quello democratico popolare. Per lui i giovani erano molto importanti per la crescita del paese, infatti con le sue poesie li incitava ad istruirsi, a lavorare nei campi, a dedicarsi all’agricoltura. Perché essa è fonte di ricchezza e di indipendenza economica e politica per la nostra nazione (pensiero politico del Carlino). Dalle poesie carnevalesche si passa alla proposta di problemi e di temi originali dai valori eterni, il tutto espresso spesso non mediocremente da un poeta non colto e analfabeta. Egli è cosciente della sua ignoranza, ma anche della sua lucidità “i miei sensi sono legittimi” e ci rivela con accorato accento il dramma della sua passione:

<m’etti li senzi e si pigghjau l’occhiali accussì bozzi la fortuna mia…>

Carlino ha saputo comunicare movimento, commozione, calore, e vedrete negli articoli a seguire dove saranno pubblicate le sue poesie, come la personalità del poeta riesca se non ad accendervi almeno ad interessarvi. E sentirete, il civile impegno dell’uomo che si dispiega con freschezza ed originalità espressiva nella breve realtà paesana che lo circonda: scenette, immangini, nomi di località campestri “Cungiula, Caramotta, Furcumadi, Fonti, Ciurria, Pietati, Caria, Candidati, Pugadi” costituiscono le rappresentazioni. Questi brandelli vivi e sanguinanti dell’anima popolare di Roccella, essenzialmente contadina sono diventate patrimonio culturale per i Roccellesi grazie all’opera di Carlino. Altra componente della realtà spirituale e sociale roccellese è stata quella marinara, i cui componimenti poetici sono andati dispersi. E’ risaputo che oggi il dialetto è in crisi. Giuseppe Carlino rappresenta il punto d’arrivo dell’iter lento e quasi irrilevante del dialetto antico usato fino a lui e da lui; vissuto in tempi di una certa quiete spirituale e culturale è ormai già vissuto quando assistette ai rivolgimenti politici e sociali dell’ultimo dopoguerra. Ed è così che davanti ad un ipotetico tribunale della critica storica delle tradizioni popolari, Carlino analfabeta, a differenza di altri odierni verseggiatori dal duplice cuore linguistico, potrebbe vantarsi di possedere un cuore solo, quello del suo dialetto incontaminato. La poesia di Carlino è strutturata dai versi cantilenati a forma paratattica, endecasillabi piani della satira rimati o con alternanza assonantica, di effetti e di efficacia meravigliosi. Dentro il musicale battito di undici sillabe, il poeta vi costringe con naturale disinvoltura, dimostrando una felice capacità di sintesi, tutta una compiutezza di pensiero. Sicchè ad ogni verso corrisponde un’immagine, una situazione, una realtà:

<Mangiunu a tavulinosti signuri

Senza mi pigghja mai lu tempurali;

pe’mia nc’è l’acqua, lu ventu, lu suli

e poi trattatu comu l’animali…>

Quattro versi, quattro situazioni, quattro immagini, quattro realtà.

(Roccella Jonica, 14 marzo 1981, convegno su “Dialetto e Poesia”, Prof. Francesco Cappelleri: Riassunto della relazione sulla poesia dialettale di Giuseppe Carlino, dal libro “La poesia dialettale di Giuseppe Carlino”, scritto da Francesco Cappelleri).

Con questo articolo voglio inaugurare la nuova sezione della Scialuppa “Tradizioni popolari” voluta fortemente da me e da altri membri che navigano con me sulla Scialuppa ormai da gennaio 2017. Più in la saranno pubblicate poesie del poeta Carlino ma anche altri articoli che riguardano il passato della nostra terra, la Calabria.
Purtroppo le poesie che verranno pubblicate riguarderanno solo il Carl
ino vecchio, quelle partorite dal Carlino giovane si sono perse col tempo, proprio perché era poeta analfabeta e affidava tutti i suoi versi alla memoria.

 

Pietro Carlino

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