Un’Italia sempre più vecchia e più povera

L’Istat ha pubblicato da pochi giorni il suo rapporto annuale sull’Italia. La situazione non è molto cambiata, l’Italia è sempre un Paese meno civilizzato dei suoi simili europei. Un’ Italia invecchiata, che fa pochi figli, sempre più povera e con disuguaglianze crescenti. I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri e numerosi. Spesso nemmeno il lavoro riesce a far uscire le persone dalla condizione di povertà per quanto è sottopagato. Siamo maglia nera in Europa nella ridistribuzione della ricchezza, ossia ridurre le disparità tra gli italiani, compito che spetta alla classe politica. Invece i nostri politici sono capaci solo di dispensare qualche bonus per invitare a fare figli, fingendo d’ignorare che sono proprio la povertà e le diseguaglianze che frenano la crescita demografica e civile.

L’Istat ci rivela che le disuguaglianze sociali hanno colpito soprattutto operai e ceto medio (giovani e vecchi). La crisi, come ormai sappiamo, è economica e culturale: 7 giovani su 10 tra i 15 e i 29 anni non studiano né lavorano (sono i cosiddetti “NEET”- Not engaged in Education, Employment or Training) di cui deteniamo il primato europeo.

Un altro grosso problema è quello dell’invecchiamento della popolazione: il 22% delle persone ha un’età superiore ai 65 anni (prima di noi c’è solo il Giappone) inoltre i morti hanno superato le nascite di 134 mila unità.

A tal rigurdo la famosa stima della Commissione Europea del 2005 sulle “piramidi” delle età fa rabbrividire: si stima che al 2050 la popolazione europea (UE25) non sarà più concentrata tra la fascia dei 25-55 anni ma (grazie all’aumento dell’aspettativa di vita) sarà distribuita tra i 30-75 anni (vedi figura sottostante).

piramidi etàL’altra grande questione che i nostri governanti dovranno risolvere al più presto è quella della crescente povertà: il 6,5% della popolazione rinuncia perfino alle visite mediche per ragioni economiche. Vi sono ben 8 milioni di famiglie che possiedono un reddito basso. Cresciute quindi le differenze sociali: la classe dirigente ha un reddito superiore alla media del 70%, detiene il 12,2% del reddito totale e spende mensilmente il doppio dei redditi più bassi.

Intanto Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea parlando all’università di Tel Aviv, in Israele, sprizza ottimismo riguardo all’economia dell’Eurozona, rinfrancato anche dall’esito delle elezioni politiche in Francia che rilanciano l’integrazione europea: “La crisi è ora alle nostre spalle… la maggioranza silenziosa ha ritrovato la sua voce, il suo orgoglio e la fiducia in se stessa».

Non è un bel momento per il nostro “Bel Paese” e soprattutto per il nostro caro Sud. La frase di Draghi fa presagire una riduzione o la fine del Quantitative Easing (QE), il cosiddetto “bazooka” che il governatore della BCE ha usato contro la crisi per finanziare le nostre banche a tasso zero. Anche quest’anno le stime sulla crescita del PIL mostrano un’Italia che comunque crescerà meno rispetto a tutti gli altri Paesi dell’Unione. I problemi italiani sono strutturali e per essere risolti ci vorrà del tempo e soprattutto una grande visione e forza di volontà politica. Su quest’ultima abbiamo molti dubbi. Il mio consiglio è di non prendercela con l’Europa o con i suoi tecnici “non eletti da nessuno” se, un giorno, proprio loro dovranno intervenire per salvarci, come hanno già fatto.

Antonino Zampaglione

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