Brexit: è veramente finita?

Il 23 Giugno 2016 verrà ricordato, forse in poche righe o in un breve paragrafo, dai futuri manuali di storia, come un giorno che inevitabilmente sconvolse al suo tempo l’equilibrio geo-politico europeo e mondiale, turbando gli umori dei più e aprendo importanti scenari in chiave futura.

In tale data, infatti, il popolo britannico fu chiamato alle urne per deliberare su una questione di straordinaria importanza ovvero la permanenza o meno della propria nazione nell’Ue. Il 51,9% dei voti premiò i separatisti britannici. Il risultato determinò l’inizio di un distacco sempre più marcato dell’Isola di sua Maestà dall‘istituzione mai troppo amata dell’ Unione Europea. Lo scarso feeling tra le due compagini fu da sempre sottolineato anche dalla mancata adesione all’Euro da parte della stessa Gran Bretagna . La prima conseguenza della Brexit furono le dimissioni dell’ormai ex premier Cameron . Questi tentò fino all’ultimo di convincere gli elettori a votare per il Remain ma lo sforzo di Cameron, forse anche non adeguatamente sostenuto dal resto del governo da lui presieduto che mantenne in materia un atteggiamento ambiguo, si è dovuto scontrare con la cruda e amara verità: la maggioranza, seppure non con un margine troppo elevato, della popolazione britannica ha deliberato a favore dell’uscita del proprio paese dall’UE.

L’ equilibrio economico-politico mondiale fu ovviamente profondamente sconvolto, con i valori della borsa di Londra che nella prima settimana post referendum colarono a picco e con una comunità europea spaccata fra coloro che apprezzarono l’azzardo britannico e coloro che invece lo reputarono un terribile sbaglio.

Nove mesi dopo il referendum, il governo britannico indicò come data del B-day ( ovvero il giorno della Brexit) il 29 Marzo. Un comunicato di Downing Street ha annunciato che l’attuale premier britannica Theresa May invocherà l’articolo 50 del Trattato di Maastricht ovvero la norma che mette in moto la secessione di uno stato membro dall’Unione Europea. Per il completamento di tale operazione si prevedono due anni di negoziati. Infatti l’uscita di un membro dall’Unione europea è un diritto di ogni stato aderente, l’articolo 50 del trattato di Maastricht recita: “Ogni Stato membro può decidere di recedere dall’Unione conformemente alle proprie norme costituzionali”. Tutto ciò significa in poche parole che il Regno Unito uscirà ufficialmente dalla Ue entro il 29 marzo 2019, a meno che entrambe le parti, Londra e Bruxelles non decidano congiuntamente di prolungare la trattativa.

A complicare ulteriormente il quadro già complesso della Brexit ci ha, pensato sempre nel marzo 2017, la premier scozzese Nicola Sturgeon, la quale mentre la collega inglese Theresa May stava chiamando in causa il già citato articolo 50, ha dichiarato in un discorso a Edimburgo “Il governo britannico rifiuta ogni compromesso che ci consenta di rimanere almeno dentro il mercato comune europeo, non ci resta altra strada che decidere da soli il nostro futuro”, ponendo quindi le basi di una richiesta a Londra di un nuovo referendum per l’indipendenza dal Regno Unito. Downing Street ha sottovalutato la cosa a lungo, considerandolo sostanzialmente un bluff, perché i sondaggi davano i no all’indipendenza della Scozia in vantaggio sui sì e perché nel 2014 gli indipendentistiavevano già perso, 55 a 45 per cento, in un primo referendum sulla secessione dal Regno Unito. A questa dichiarazione la Sturgeon rispose che ” I termini della questione sono cambiati” – infatti – “Due anni e mezzo fa non sapevamo che restare parte del Regno Unito avrebbe significato uscire dall’Unione Europea”. Inoltre i recenti sondaggi rendono evidente che per la prima volta danno i sì in lieve vantaggio o in sostanziale parità con i no. La leader degli indipendentisti ha fissato anche la data della consultazione: tra l’autunno 2018 e la primavera 2019. Gli indipendentisti sostengono che la Scozia ha tutto il diritto di restare parte della Ue anche se il resto del Regno Unito si appresta ad uscirne, esprimendo anche la volontà di votare prima che sia formalmente sancita la Brexit.

 

Di questa situazione bisogna valutare alcune dinamiche.
La prima è se il governo britannico alla fine permetterà il referendum. Le premesse non incoraggiano gli scozzesi, infatti, in una nota, Downing Street argomenta che un secondo referendum sull’indipendenza della Scozia sarebbe divisivo e provocherebbe enorme incertezza economica. Ma rifiutare il referendum sarebbe l’equivalente di andare a uno scontro frontale, con imprevedibili conseguenze politiche e legali, con la Scozia.
Quindi probabilmente Londra cederà, concedendo il referendum, ma sicuramente è possibile che contemporaneamente cercherà di rinviare la data del referendum scozzese a dopo la conclusione del negoziato di “divorzio” dalla Ue. Un’altra dinamica significativa sarà la reazione della Ue ovvero, se essa accetterà o meno la Scozia tra i suoi membri, al posto del Regno Unito, senza bisogno di sottoporre Edimburgo a lungo processo di ammissione. Da canto suo Theresa May prosegue per la sua strada, interessandosi solo distrattamente della questione scozzese, preoccupandosi di concretizzare il processo Brexit.

Negli ultimi giorni molti iniziano a tirare le eventuali somme di un possibile costo d’uscita della Gran Bretagna dalla Ue. I discorsi in merito hanno ormai assunto i contorni dello scontro aperto fra le due fazioni. Secondo i calcoli europeisti Londra, in seguito alla decisione di lasciare l’Ue, dovrebbe sborsare una cifra fino a 100 miliardi di euro. Una tale dichiarazione ha ovviamente trovato risposta da parte inglese e per esattezza dalle osservazioni del ministro degli Esteri britannico Boris Johnson  Secondo questi, si tratta di cifre “assurde” e ha quindi minacciato di lasciare il tavolo del negoziato “senza pagare nulla”, denunciando le “tecniche brutali di negoziato da parte di Bruxelles”. Johnson fu al suo tempo uno dei principali artefici della campagna pro-Brexit e nelle ultime dichiarazioni riguardanti l’uscita britannica dalla Ue, ha annunciato che semmai dovrebbe essere l’Unione europea a rischiare alla fine di dover aprire il portafoglio dato che il Regno Unito avrebbe il diritto ad un rimborso di 9 miliardi di sterline (10,6 miliardi di euro) dalla Banca europea di investimenti (Bei) e di altri 14 miliardi di sterline, in liquidità e beni immobiliari.

Queste sono dichiarazioni pesanti dal punto di vista diplomatico, che fanno inclinare sempre più un rapporto divenuto, negli ultimi tempi ,sempre più logoro. Fatto sta che la Gran Bretagna, euro o non euro, è comunque uno Stato importante in Europa, e non solo, d’altro canto, far parte dell’UE ha permesso alla Gran Bretagna di non rimanere isolata rispetto decisioni importanti in materia di economia e geopolitica. Se la May continuerà su questa strada non solo indebolirà sempre più il peso dell’Europa sul contesto mondiale ma condurrà alla dissoluzione in termini di unità statale la Gran Bretagna, con una Scozia e un’Irlanda del Nord sempre più decise ad avere un respiro europeo.
Tutto ciò condurrà naturalmente la nazione britannica a una drastica diminuzione d’influenza economica,
politica e produttiva della quale sicuramente non ne beneficerà lo stesso paese.

Francesco Pizzinga

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