Democrazia in pericolo: lo zar di Russia e il sultano turco

“I diritti della democrazia non sono riservati ad un ristretto gruppo all’interno della società. Sono i diritti di tutte le persone.” (Olof Palme)

Nel mondo odierno vi sono regimi autoritari che stanno mettendo, di nuovo, seriamente in crisi l’ordine mondiale post – seconda guerra mondiale e la tenuta dell’intera architettura democratica occidentale che, accusandone i colpi, per fortuna resiste ancora. Troviamo: regimi esplicitamente non democratici come la Corea del Nord o la Repubblica Popolare Cinese in cui l’élite dominante al governo non ammette opposizioni; una serie di Stati in cui non vengono rispettati i diritti umani: Egitto, Angola, Burundi, Gambia, Kenya, Thailandia ecc; e “mezze democrazie” in cui anche se vi si svolgono delle “libere” elezioni, le opposizioni al governo e le minoranze etniche o politiche sono perseguitate, esplicitamente o meno. Quest’ultime sono rappresentate, in primis, dalla Russia e dalla Turchia.

Il Presidente della Federazione Russa, ex militare e funzionario del KGB russo, Vladimir Putin, detto giornalisticamente “lo zar”, è al governo ormai dall’agosto del 1999.

Secondo Freedom House e altre organizzazioni no-profit, oltre che per gli oppositori politici, Putin è un uomo politico autoritario e oligarchico, con contorni dittatoriali. Il suo governo è accusato di numerose violazioni dei diritti umani, soprattutto in Cecenia, (dove recentemente si sono scoperti dei veri e propri campi di torture contro gli omosessuali) nonché di limitare la libertà d’espressione.

Molti lo hanno accusato di omofobia per le leggi approvate dalla Duma (il Parlamento russo) nel 2013 su proposta di parlamentari del partito di Putin, “Russia Unita”, e sostenute dalla Chiesa ortodossa russa – per le quali la Russia ha poi ricevuto critiche anche aspre dalla comunità internazionale soprattutto per la legge che vieta la “propaganda” tramite qualsiasi materiale “di relazioni sessuali non tradizionali” rivolta a minori; inoltre, ai sensi di legge, è un atto criminale tenere un gay pride, parlare in difesa dei diritti degli omosessuali, o distribuire materiale che promuova le richieste dei gay o propagandare l’idea che le relazioni omosessuali siano uguali a quelle etero. Putin si è tuttavia pronunciato in maniera esplicita sugli omosessuali come persone, affermando di rispettare il loro orientamento ma di voler far fronte a un calo demografico dichiarando: «la Russia ha un problema demografico, io ho il dovere di occuparmi dei diritti delle coppie che generano prole». Inoltre, sembra sia passata inosservata la notizia riportata dai giornali italiani il 20 aprile 2017 che ci dice che la Corte suprema Russa ha messo al bando i Testimoni di Geova, definendoli “estremisti”. I giudici ne hanno vietato l’attività in tutto il territorio russo, confiscando i beni dell’organizzazione. Dopo le persecuzioni durante il regime stalinista, i Testimoni di Geova erano tornati liberi di professare la loro fede al crollo dell’Urss nel 1991. “Sembrava che avessimo riconquistato la libertà, ma non è così. Andremo in prigione di nuovo. Non smetteremo di credere nel nostro Dio e di praticare la nostra religione” (Jaroslav Sivulskij, testimone di Geova 48enne accusato di terrorismo).

Recep Tayyip Erdogan, presidente della Turchia viene eletto il 10 agosto 2014, durante la prima elezione diretta del Presidente, in precedenza eletto dal Parlamento.

Il 14 aprile 2015 Erdogan nega il genocidio armeno del 1915-1917 (1,5 milioni di vittime) e ammonisce Papa Francesco: «Quando i politici e i religiosi si fanno carico del lavoro degli storici non dicono delle verità, ma delle stupidaggini».

Il giorno seguente il Parlamento Europeo approva una risoluzione che riconosce il genocidio chiedendo alla Turchia di approfittare del centenario del 24 aprile come opportunità per riconoscere il genocidio. Il presidente turco reagisce in maniera decisa, affermando che «qualunque decisione presa dal Parlamento europeo mi entra da un orecchio e mi esce dall’altro»

Inoltre, anche a lui non sono particolarmente gradite le istanze omosessuali: il 19 giugno 2016 la polizia turca interrompe il locale Gay Pride con la forza con l’uso di proiettili di gomma e lacrimogeni causando decine di feriti.

Durante la notte del 15 luglio 2016, venne intentato in Turchia un colpo di Stato da parte dei militari dell’esercito contro il governo di Erdogan con l’intento di rimuoverlo dalla propria posizione di presidente. I golpisti hanno chiuso due ponti sul Bosforo con dei carri armati, bloccato l’accesso ai principali aeroporti del paese e bombardato l’area del palazzo presidenziale con un elicottero militare. Il presidente Erdogan, che si trovava in vacanza a Bodrum, si è collegato da un luogo sconosciuto, attraverso FaceTime con la CNN Turk per denunciare il tentativo di colpo di Stato dei militari e per incitare il popolo turco a “resistere e scendere in piazza”. Numerose persone hanno accolto favorevolmente l’appello del presidente e hanno organizzato dei movimenti di resistenza nei confronti dei militari, e già il giorno successivo le forze di Erdogan hanno ottenuto il pieno controllo della nazione intera. Gli scontri hanno portato alla morte di 290 persone e al ferimento di altre 1.440.

Erdogan, come altri ufficiali di governo, subito accusarono del tentativo del colpo di Stato l’imam esiliato negli Stati Uniti Fethullah Gülen, definito da Erdogan “terrorista come Bin Laden”. Accusando quindi gli Stati Uniti di aver pianificato il colpo di Stato per rovesciarlo, Erdogan aveva personalmente più volte chiesto agli USA di estradare Gülen, senza mai però ricevere una risposta affermativa in merito. Dopo il colpo di Stato, dunque, le relazioni tra Turchia e Stati Uniti sono significativamente peggiorate. Dal 20 luglio 2016, il presidente Erdogan ha dichiarato in Turchia lo stato d’emergenza. Tra torture e voglia di reintegrare la pena di morte, il governo continua ad emanare decreti con “misure eccezionali nei confronti di coloro che minacciano la sicurezza nazionale” che vanno a colpire sistematicamente gli oppositori politici del sultano: sindacati, curdi  e giornalisti: così come Gabriele del Grande, blogger italiano scomodo che va a vedere “mentre tutti fingevano di non vedere” “il primo a contare i morti nel Mediterraneo, quando ancora non si sapeva che si moriva nel Mediterraneo” attraverso il suo blog “Fortress Europe” (in cui raccoglie gli episodi documentati con i naufragi ed i morti dal 1988) detenuto in Turchia, senza una giusta causa, dal 9 al 24 aprile, vi sono circa 150 giornalisti turchi in carcere da tempo, solo per aver fatto il loro mestiere.

Con la vittoria risicatissima del Si (in turco “evet”) con il 51,4% sul No (in turco “hayir”) al referendum costituzionale di aprile che affida al capo dello Stato dei superpoteri ,nessuno ormai può fermare Erdogan. Ottenuta la vittoria al referendum è tornato a incarcerare gli oppositori: è notizia di pochi giorni fa dell’arresto di altre 3.224 persone, di cui 1.120 considerate vicine alla presunta rete golpista di Gulen, l’imam accusato del fallito golpe del luglio 2016. Oltre a questi circa 9.000 poliziotti turchi sono stati sospesi.

Come se non bastasse, il sultano punta anche alla censura del Web: dalla mattina del 29 aprile l’enciclopedia online libera “Wikipedia” risulta inaccessibile dalla Turchia.

I leader europei hanno espresso le loro preoccupazioni per quanto successo in Turchia e molti hanno avvertito pubblicamente Erdogan di non sfruttare l’occasione del colpo di Stato per schiacciare i suoi oppositori politici con la forza. Inoltre i negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione Europea sono ormai interrotti.

Tuttavia pure all’interno dell’Unione vi sono sentori di tendenze autoritarie e non mi riferisco solo all’Ungheria di Orban. La nascita e la diffusione di partiti e movimenti che si oppongono all’Unione e che si schierano apertamente contro gruppi minoritari come immigrati o musulmani è, di fatto, un segnale molto pericoloso per le nostre democrazie. L’Unione Europea deve continuare a difendere i suoi valori democratici di tolleranza, pace e fratellanza perché la strada per superare i pregiudizi ed aprirsi al diverso sembra ancora lunga. Le democrazie occidentali non stiano a guardare.

Non fingiamo di non vedere.

Antonino Zampaglione

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