Venezuela: tra crisi e guerra civile

In una situazione internazionale dominata da equilibri di forza politica-militare (si consideri il recente braccio di ferro fra Usa e Corea del Nord), dal terrorismo che ha sconvolto Parigi lo scorso giovedì sera e da una crisi economica di cui non si vede la fine, è abbastanza normale che si trascurino alcune dinamiche che scioccamente noi consideriamo troppo distanti dal nostro vivere quotidiano per definirle importanti.


Una di queste è la condizione in cui verte il Venezuela. Membro dell’
Opec, rilevante esportatore di beni di consumo come il tabacco, il caffè, la vaniglia, cacao, canna da zucchero e cotone, oltre ad essere una nota località turistica, il Venezuela sta vivendo un momento socio-politico estremamente traballante. Il Paese è scosso da una rilevante la crisi economica, che negli ultimi mesi sembra essersi aggravata maggiormente, è inoltre turbato dalla corruzione dilagante, da un sistema di sicurezza civile ai minimi storici e da una inflazione talmente paurosa che secondo il Fondo Monetario Internazionale arriverà a breve a neutralizzare totalmente il valore della moneta nazionale, il bolivar. L’inflazione è tale da creare notevoli difficoltà ai singoli cittadini tanto che per pagare anche un solo prodotto si necessita di voluminose mazzette di cartamoneta.
Oggi vedere
i negozianti che verificano il pagamento di un data merce attraverso le macchinette “conta soldi”impiegate solitamente dagli sportelli bancari, è diventata una scena ordinaria a Caracas. Inoltre, per rendere tale circostanza ancora più frustante, nei bancomat il ritiro del denaro è razionato.

Nella nazione scarsi sono anche i medicinali e i generi alimentari, pure quelli di prima necessità. I venezuelani da tempo devono convivere con il razionamento del cibo. In più il settore industriale, a causa della paradossale situazione interna, lamenta blocchi continui delle linee di produzione, tanto da spingere la General Motors, che dava lavoro a quasi 3.000 venezuelani e che operava nel paese latinoamericano dagli anni ’40, ad annunciare la sospensione di tutte le attività nel Paese. Un vero paradosso, per uno Stato che cela nel suo sottosuolo una delle riserve petroliere fra le più grandi del mondo. Tale condizione allarmante ha rafforzato del paese da un lato il “ mercato nero” e dall’altro l’emigrazione. Nel 2016 sono arrivati solo in Colombia circa 200mila venezuelani, il dato è riferito alle persone che hanno varcato la frontiera regolarmente. Ma la diaspora venezuelana cresce in tutta l’area caraibica e anche verso il nord America.

 

Purtroppo i guai per questa sfortunata nazione non terminano qui. Di fatto nel paese e soprattutto nella sua capitale, Caracas, la situazione da circa un mese si è infiammata. Infatti a causa dell’applicazione di una nuova sentenza, il Tribunale Supremo di Giustizia ha assunto tutti i poteri dell’Assemblea nazionale, chiudendo formalmente il Parlamento, che era costituito in maggioranza dall’opposizione, consentendo quindi al presidente Nicolas Maduro di governare senza controlli istituzionali, più di quanto non lo facesse già. Ovviamente come ogni buona opposizione, anche quella venezuelana non accetta lo stato di cose venute a crearsi nel paese, fomentando l’insurrezione. E purtroppo ogni insurrezione che si rispetti ha sempre un prezzo, in termini di vite umane, da pagare e anche quella venezuelana si è tinta di colore rosso sangue. Circa 20 è il numero delle vittime civili delle tante e forse troppe repressioni, ordinate da governo al fine di stroncare lo svolgimento delle proteste scatenate nelle ultime tre settimane dall’opposizione.

Ciò che è avvenuto di recente è solo la punta dell’iceberg di violenze e atrocità dittatoriali, compiute oggi da Maduro e in un passato non troppo lontano da Chavez ,suo predecessore. Ormai i venezuelani hanno imparato a conoscere i cosiddetti colectivos, uomini a volto coperto che a bordo di moto e autoveicoli non identificabili colpiscono coloro che si macchiano di espressioni di dissenso nei confronti del regime. I componenti di queste bande para-militari, secondo le fonti trapelate dal paese latinoamericano, sono personaggi reclutati nei barrios poveri delle città, armati e utilizzati, in coordinamento con la Guardia Nacional, per aggredire, assaltare e minacciare non soltanto i manifestanti ma chiunque venga segnalato come dissidente o critico del governo. In più occasioni membri di tali cellule sono anche stati accusati di aver minacciato di morte e picchiato giornalisti e personaggi dello spettacolo che hanno osato criticare Chavez e Maduro.

In risposta alle atrocità compiute da Maduro, sabato scorso, migliaia di venezuelani vestiti di bianco, con le mani alzate o aggrappate a croci di legno e rosari, hanno sfilato per le vie di Caracas, in quella che è stata battezzata la marcia del silenzio’. Una processione lenta e solenne. Mobilitazioni dello stesso tipo si sono contemporaneamente svolte anche nelle altre principali città del paese. Le rivendicazioni dei manifestanti restano le stesse delle scorse settimane: liberazione dei prigionieri politici, programma elettorale certo, la restituzione dei poteri costituzionali del Parlamento e “corridoio umanitario” per favorire l’arrivo di cibo e medicine nel paese. Fortunatamente oltre a lievi intimidazioni, provenienti dalle squadre della Guardia Nacional, disseminate lungo il tragitto della marcia, la manifestazione si è svolta senza incidenti o scontri fra le due fazioni.

La situazione venezuelana, come è evidente da queste notizie, è estremamente precaria e costantemente pronta a stravolgersi in una sorta di guerra civile. Da canto suo il presidente venezuelano Nicolas Maduro continua ad accusare “servizi esteri” di pianificare un golpe nel Paese, chiedendo l’apertura di un’indagine per istigazione alla rivolta contro i poteri dello Stato nei confronti del leader dell’opposizione, Julio Borges. La situazione è anche arrivata sotto i riflettori dell’assemblea dell’Organizzazione degli stati americani (Osa) grazie a un documento in cui 14 stati membri chiedono a Maduro lo svolgimento delle elezioni nazionali e la liberazione dei prigionieri politici. Nelle ultime settimane le pressioni sul dittatore venezuelano si sono intensificate tanto da far sbilanciare lo stesso Maduro, il quale ha annunciato di voler tenere “presto” le elezioni e di star cercando un modo pacifico per risolvere le tensioni nel Paese colpito dalla crisi.

Francesco Pizzinga

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