La storia di un gigante buono

Leggendo un libro scritto da Jack McCallum, mi sono imbattuto nella storia di un personaggio assai affascinante. Le sue gesta sono state, a parer mio, grandiose. Sono qui, davanti al mio computer a scrivere la sua storia in modo tale che voi possiate sapere chi fosse e, magari, seguire gli insegnamenti che questa lettura vi può dare. Premetto che alcune frasi del mio articolo sono prese dal libro, non voglio rompere la magia che ci ha messo l’autore del libro nel scrivere le gesta di quest’uomo.

David Robinson nasce a Key West in Florida, USA, nel 1965. Crebbe tra due mondi, quello dei bianchi e quello dei neri. Lo invitavano alle feste e quando era il momento di giocare veniva sempre scartato, i suoi amici erano un pochino freddi – come lui stesso li definisce. Quei suoi amici erano i ragazzi bianchi, con cui condivideva lezioni di livello avanzato e i voti migliori della scuola. Se invece andava al playground, si trovava in mezzo a ragazzi di colore abbastanza abituati al trash talk (è un modo di parlare quasi arrogante, viene utilizzato anche in NBA, chi lo usa si crede forte e invincibile), linguaggio che non piaceva a Robinson; ma se non parli o non ti comporti in un certo modo, gli altri ti chiamano ‘Zio Tom’, ti dicono che non sei abbastanza nero.

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Era praticamente stabilito che dovesse entrare nella United States Naval Academy, d’altronde suo padre fu un sottoufficiale della Marina. Nell’accademia fece scintille e continuò a crescere, culturalmente e fisicamente. Raggiunse i 216 cm. Era forte a pallacanestro, la Nazione cominciò a sentir parlare dei suoi ottimi punteggi, si dice che era capace di fare salti mortali avanti e dietro e di percorrere tutta la lunghezza del campo da basket camminando sulle mani. Grazie a tutto questo scalpore, gli occhi dell’allenatore John Thompson (che in quell’anno allenava la squadra olimpica) caddero su di lui, ma non era sicuro di prenderlo in squadra perché non lo considerava abbastanza tosto. Era convinto che fosse viziato, uno che il ghetto non l’aveva mai visto neanche da lontano. Secondo Robinson, Thompson cercava quei giocatori che per lui si sarebbero lanciati contro un muro per sfondarlo.

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Il fatto è che Robinson era uno di quelli che avrebbe detto: “perché ci stiamo lanciando contro un muro?”. Alla fine Robinson entrò nella squadra, perché era da pazzi lasciare un giocatore cosi forte a casa.

Seul, 1988. Due giorni prima della semifinale contro gli Stati Uniti, Gomelsky, allenatore dell’URSS, fece un discorso d’incitamento ai suoi ragazzi: < Dovete credere in voi stessi, gli americani non sono dei, sono soltanto giocatori di college. Non lasciateli partire in contropiede per andare a schiacciare, se glielo permettete le loro braccia diventeranno ali >. Oltre a quel discorso, i russi erano motivati anche per un altro motivo, gli avevano detto che se avrebbero vinto la medaglia d’oro se ne potevano andare via dall’URSS per giocare in NBA. Quelle olimpiadi vennero viste come il prezzo del biglietto per la libertà; inutile dire che l’URSS battè gli USA (82-76) per poi vincere la medaglia d’oro contro la Iugoslavia. Robinson era deluso e scoraggiato da quella sconfitta, ma aveva capito che nella vita non c’era solo il basket. In quel periodo cominciò ad avvertire i primi sintomi di frustrazione e insoddisfazione, non tanto per lo sport che praticava, ma per l’aspetto spirituale della sua esistenza. Sentiva un vuoto dentro si sé che lo spinse a cercare qualcos’altro. Nel 1991 Robinson trovò la salvezza in Cristo grazie a sua moglie, Valerie Hoggatt una donna profondamente religiosa. Con la chiamata di Dio arrivò anche la chiamata di Chuck Daly, il quale informava Robinson che aveva il diritto di giocare nel DREAM TEAM con i grandi Larry, Jordan e Magic. Era l’unico ragazzo che poteva rifarsi alle olimpiadi dopo la sconfitta del 1988 perché nessun’altro di quella squadra fu chiamato, inoltre era la prima volta che i professionisti NBA potevano essere convocati. Ovviamente non sto qui a scrivere di come ha dominato il DREAM TEAM nel 92, questi sono fatti che tutti sanno, ma non tutti sanno cosa fece Robinson dopo quelle famose olimpiadi spagnole.

Red McCombs, che all’epoca era proprietario dei San Antonio Spurs (squadra in cui Robinson militò per 14 anni, fino alla fine della sua carriera) disse a Robinson: < Tu stai sottovalutando la quantità di tempo e denaro che ci vorrà>. In effetti tanti atleti partono con grandi progetti e poi li vedono svanire alla luce del sole. Ma Robinson non perse mai di vista il proprio obiettivo e stanziò 10 milioni di dollari per la realizzazione di una scuola, alla quale dedica ancora anima e corpo. La Carter Academy, una scuola privata (materna ed elementari) costruita su un’area di due ettari in un quartiere malfamato di San Antonio, dove in giro potevi trovare crack house, prostitute, e naturalmente la mafia. Costruì la scuola proprio in quel quartiere per offrire una buona istruzione a bambini che non avevano opportunità. In una intervista Robinson disse: < Questa è la mia vocazione. Insomma, qual è lo scopo della vita? Godersi i soldi? E’ davvero appagante? Se facessi meno di quello che faccio, sarebbe come prendere tutti i talenti che mi sono stati dati e nasconderli sotto un tappeto. Voglio che i miei figli e i bambini della Carver capiscano cos’è la passione, sappiamo che ognuno di noi ha una vocazione da scoprire e coltivare. La mia fede è molto più forte ora di quando giocavo, perché quando mi guardo indietro vedo quanto poco ho fatto io e quanto invece ha fatto il Signore per me. Dio ha benedetto la mia carriera in un modo pazzesco. Due campionati vinti da giocatore e due come comproprietario di una squadra. Due olimpiadi. Il Dream Team. Ho tre figli fantastici. Una moglie che è in assoluto la migliore. Sto ancora imparando un sacco di cose su di lei. Una moglie bisogna coltivarla, amarla e incoraggiarla, non puoi mai darla per scontata. La Bibbia dice di farne dono a Dio>.

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Alla Carver la fede non viene inculcata con il bastone, è solo uno dei sei pilastri che costituiscono le basi della filosofia della scuola: servizio, leadership, iniziativa, integrità, disciplina e appunto, fede. Tra i cartelloni appesi sui muri dei corridoi non c’è niente a indicare che Robinson abbia militato nella NBA per 14 stagioni, con una media di 21,2 punti e 10,6 ribalzi a partita e che una volta realizzò 71 punti in un solo incontro, diventando uno degli unici cinque giocatori ad avere raggiunto quella cifra pazzesca. Robinson dopo essersi ritirato non comparì più in giro per gli Stati Uniti accanto alle celebrità come Magic, Jordan o Barkley. L’orgoglio lo metteva da parte, era umile, “in realtà è il Dream Teamer più vero, un uomo garbato e complesso che ha vissuto due grandi sogni e che, con il suo sudore, il suo sangue e la forza della sua fede, ora regala un sogno agli altri.” (Jack McCallum)

Si sente parlare sempre di Jordan, Kobe, LeBron e tanti altri, ma si sente parlare poco di questi uomini leggendari che con un grande spirito di sacrifico hanno fatto cose incredibili. Ma che purtroppo a distanza di anni vengono dimenticati.

Pietro Carlino

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