Aristotele: tra horror e catarsi

Chi di voi non ha mai visto un horror? Chi è quell’uomo che non ha mai provato la strana sensazione di ansia scaturita dal vedere un individuo qualunque (a volte anche più individui) passarne di cotte e di crude, magari sapendo anche che finirà nel peggiore dei modi? Relativamente pochi saranno coloro che non hanno mai provato una sensazione del genere. Ebbene, se vi siete mai chiesti: “ma perché mi spavento se so che tutto ciò è una finzione?” sappiate che Aristotele, filosofo dell’antica Grecia, darà una risposta alle vostre domande.

Per sapere come Aristotele tratti argomenti del genere, dobbiamo innanzitutto essere realisti: non possiamo accostare il genere horror alle opere tragiche dell’antica Grecia. Eppure, riflettendo meglio, pare che il procedimento di educazione individuato da Aristotele sia simile al sentimento che viene suscitato da un horror ad un contemporaneo.

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Aristotele scrive nella “Poetica”, intorno al 330 a.C., che la tragedia è un’opera teatrale finalizzata all’educazione del cittadino, attraverso due sentimenti scaturiti da essa: pietà e paura. L’osservatore infatti, vedendo un uomo simile a lui passare dalla fortuna alla sfortuna, riesce a smussare il lato del suo carattere che lo avrebbe condotto nello stesso errore, in questo caso l’eccessiva “animosità” (l’animosità per Aristotele è quasi paragonabile alla spavalderia, all’agire senza riflettere). Il cittadino dunque viene educato tramite un processo di rispecchiamento nel protagonista della tragedia che lo porterà dunque alla vera e propria “catarsi” dell’anima. La catarsi però giunge a compimento nel cittadino se la sua animosità non viene completamente neutralizzata dalla pietà e dalla paura scaturiti dalla tragedia, ma se essi convivono insieme nell’animo umano per far raggiungere all’individuo un punto “medio” tra i due sentimenti.

Il principio per cui l’osservatore ingloba la paura, è tremendamente simile a quello per il quale, ogni qualvolta guardiamo un horror, successivamente la notte stessa sentendo uno strano rumore in casa, pensiamo al mostro/assassino di turno che abbiamo visto precedentemente nel film. Tutto ciò ci ha aiutati a generare una “paura educativa”, la quale ci rende più cauti verso le cose ignote. Alla stessa maniera però, generare troppa paura ci farebbe diventare dei veri fifoni e sarebbe dannoso al processo educativo dell’individuo.

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Se prendessimo per esempio in esame “The strangers”, un film del 2008 la cui trama verte intorno a tre uomini mascherati che tormenteranno una coppia in fase di trasloco solo perché quest’ultima ha dato una risposta che il trio di “stranieri” non desiderava. Dunque, questo film, tornerà nella mente di coloro che lo hanno visto nell’esatto momento in cui questi si troveranno a dover parlare con degli sconosciuti, con il risultato di un calo di confidenza verso le persone che non si conoscono (il che a volte potrebbe anche risultare utile ed in casi più rari, salvare dalle intenzioni di malintenzionati). Ovviamente ci sono molti fattori che cooperano all’educazione dell’individuo, come la sensibilità dello stesso, che se dovesse risultare troppo elevata, genererebbe una vera e propria fobia sulla base del film visto. Un altro fattore rilevante è la verosimiglianza del film poiché nessuno potrebbe mai sviluppare una sorta di educazione produttiva se vede un horror che tratta soggetti come alieni o esseri inverosimili. Aristotele stesso ci illumina nella sua “Poetica” di come la verosimiglianza giochi un ruolo schiacciante nel favorire l’immedesimazione del soggetto con l’opera che si appresta ad analizzare.

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Insomma, non è mai conveniente considerare i classici della filosofia come “anacronistici” ed incapaci di generare discussioni che possono essere attinenti a tematiche odierne, infatti, sebbene le grandi menti del passato possano essere limitate per la loro conoscenza della fisica o delle materie scientifiche, esse sono “i giganti” sui quali noi poggiamo i nostri piedi, per guardare più lontano.

 

Gianluca Franco

 

 

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