Kant: paradossi etici

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Salve compagni di viaggio! Oggi, insieme allo staff de La Scialuppa, attraverseremo le impetuose acque della filosofia morale, cercando di non arenarci sullo scoglio kantiano dell’imperativo categorico. Kant enuncia nella sua “Critica della ragion pura” (in originale “Kritik der praktischen Vernunft” pubblicata nel 1788) un principio secondo il quale le nostre norme di comportamento debbano essere modificate ai fini di vivere in una società che non fomenti l’odio reciproco, ma l’armonia e la solidarietà.

“Agisci in modo che tu possa volere che la massima delle tue azioni divenga universale” questa, è la formula secondo la quale è espresso l’imperativo categorico, eppure, leggendo alcuni libri di filosofia mi sono imbattuto in alcune critiche mosse verso questo principio. Queste critiche non possono essere comprese se non partiamo dal presupposto che per Kant testimoniare il falso sia una violazione di questo principio poiché nessuno (spero) vorrebbe ricevere dati falsi da un altro individuo.

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Immaginiamo dunque due scenari che ci portano nel vivo di queste critiche:

 

  • Immaginiamo di vivere nella Germania nazista. Stiamo ospitando una famiglia di ebrei, scappati dalla loro casa a motivo delle varie perquisizioni. Ad un tratto sentiamo bussare alla porta, apriamo e ci troviamo di fronte un colonnello dell’esercito nazista, il quale ci chiede se stiamo ospitando degli ebrei, cosa dovremmo rispondere? Qualora rispondessimo in maniera affermativa, la famiglia ebrea morirebbe e noi saremmo colpevoli di tradimento. D’altro canto, rispondendo negativamente (sperando che alla risposta non segua una perquisizione) infrangeremmo la regola dell’imperativo categorico.

 

  • Immaginiamo di essere stati catturati dall’esercito di un dittatore spietato, di essere stati costretti con le torture più atroci a testimoniare il falso contro i nostri amici e così di aver infranto la regola dell’imperativo categorico mentendo per risparmiarci altre spiacevoli torture.

 

Sono degli scenari abbastanza delicati da trattare. Innanzitutto mi permetto di criticare il secondo, il quale ipotizza che un dittatore debba ottenere la nostra testimonianza per potersela prendere con altri individui, il che pare essere in contrasto con la natura stessa della dittatura.

In ogni caso, dobbiamo ammettere che per Kant, dare valenza universale all’imperativo categorico coinciderebbe con un’utopia, poiché non è nella natura dell’uomo ricercare il bene del prossimo, figuriamoci se dovessero farlo tutti gli uomini sulla terra. Ebbene dobbiamo ammettere che se il dittatore del primo e del secondo scenario avesse applicato questo principio, non avrebbe fatto alcun prigioniero (poiché lui stesso non vorrebbe essere un prigioniero, visto che ciò comporterebbe la sua deposizione).

Ma in questa riflessione non daremo valore al rigore etico del dittatore, il nostro compito è capire se davvero per Kant dovremmo tradire i nostri ospiti (considerando il primo scenario). Di certo l’imperativo categorico ci impone di non mentire, ma come si comporta l’imperativo categorico verso gli ebrei ospitati? Ebbene noi non dovremmo tradirli, poiché sempre per lo stesso rigore etico imposto dall’imperativo categorico, anche noi non vorremmo essere traditi. Si cade in un paradosso, nel quale nessuna delle due risposte diventa corretta.

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Come comportarsi in un paradosso del genere? Ci troviamo in una situazione che ci impone di tradire l’imperativo categorico, qualsiasi situazione si scelga. Ebbene, Kant non fornisce una soluzione per situazioni del genere, ma un caposaldo della sua filosofia ci potrebbe dare una soluzione a questo dilemma: quella di trattare l’uomo sempre come fine, e mai come mezzo. Questo principio ci dice che la vita umana deve essere il fine delle nostre azioni, e non un mezzo attraverso il quale possiamo dimostrare il nostro rigore etico.

Dunque per salvare capre e cavoli, poiché saremmo comunque dei trasgressori dell’imperativo categorico, la ragione impone che commettiamo il male minore, ovvero, quello che ci permette di trattare l’uomo come il fine ultimo delle nostre azioni. E quale migliore azione che salvare delle vite potrebbe dimostrare ciò?

Kant è il filosofo critico per eccellenza. L’uomo a volte tende a dimenticare chi si trova di fronte, soprattutto nel caso di Kant dove, se è vero che come si dice “non si può imbrogliare un imbroglione”, tanto più sarà difficile “criticare un critico”.

Gianluca Franco

 

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