Il mondo come utopia

“La generazione meglio equipaggiata tecnologicamente di tutta la storia umana è anche la generazione afflitta come nessun’altra da sensazioni di insicurezza e di impotenza.” (da“Paura liquida”)

E’ questa una delle celebri frasi del sociologo e filosofo polacco di origini ebraiche Zygmunt Bauman, morto a Leeds questo 9 gennaio all’eta di 91 anni. E’ stato uno dei più acuti osservatori dei fenomeni sociali e delle pratiche culturali del nostro tempo i cui studi hanno influenzato tutti i campi delle scienze umane. A lui si deve la nota definizione di modernità liquida.

Da adolescente fuggì dalla sua Polonia all’Unione Sovietica prima dell’invasione tedesca; dopo la guerra tornò a Varsavia dove per anni insegnò sociologia misurandosi giorno per giorno con l’utopia socialista.

I temi trattati da questo personaggio vanno dalla stratificazione sociale e movimento dei lavoratori alla natura della modernità e alla post-modernità con le sue questioni etiche relative.

 

Modernità e post-modernità: stato solido e liquido della società

(Decodificare il mondo in cui viviamo)

La contemporaneità è costituita dalla totale perdita dei valori, difatti l’evoluzione post-moderna non ha causato altro che una sfiducia generale nei confronti di: istituzioni sociali, politiche, finanziarie e spirituali.

Oggigiorno le persone reagiscono differentemente agli eventi inattesi e spesso si ha la sensazione di non sapere cosa fare: i cambiamenti possono dare un contributo piacevole alla nostra normale routine, ma non danno significato alla nostra vita.

Viviamo in un ambiente complesso, bombardato da continue novità, da un coro di voci -quasi sempre contraddittorie- che non si sa da dove arrivino ma che comunque ci influenzano provocando paura estrema, non di un qualcosa di specifico…dell’incertezza; paura dell’incapacità di trovare la nostra strada, paura di presagire il futuro e le nostre azioni, paura dell’ignoranza…che ha la capacità di renderci impotenti.

Ignoranza e impotenza ci umiliano a livello umano, ci sfiduciano.

Non siamo più padroni della nostra esistenza in quanto sappiamo che l’ultima parola, l’ultima decisione che conta non sarà davvero la nostra, ma di chi sta dall’altra parte! Ma soprattutto non riusciamo a districarci dalle molteplici opinioni del globo.

La “corruzione” è pane quotidiano, non si combatte uno accanto all’altro ma uno contro l’altro, questa filosofia nasce dal non sentirsi davvero tutelati né come persone, né come cittadini.

Ci si trova in un “interregno” -come diceva A. Gramsci e, ancor prima, Tito Livio: una situazione politico-amministrativa inefficiente che intercorre tra due governi, dove le vecchie leggi, norme, regole non valgono né funzionano più e allo stesso tempo le nuove non sono ancora state create.

Ma com’è possibile? Da dove cominciare? Cosa cambiare? Ecco, appunto. La domanda non è “come o cosa” attuare, ma “a chi spetta farlo”. Spiegamo meglio il concetto.

L’incertezza è determinata da un circolo di produzione e consumo

PRODUTTORI-> CONSUMATORI-> INCERTEZZA = CONSUMISMO/ creazione di rifiuti umani. Ebbene sì, ormai si acquista non per la necessità di farlo ma per il desiderio di farlo!

E’ la vita frenetica che ci costringe ad adeguarci alle attitudini del gruppo per non sentirci esclusi. Esclusione sociale non come estraneità al sistema produttivo, non come essere impossibilità di comprare l’essenziale, ma è non poter acquistare per sentirsi parte della modernità.

Questa globalizzazione, questa omologazione planetaria non è altro che un’industria della paura, origina insicurezze. Essa è la standardizzazione a schemi comuni, si pensa alle abitudini delle quali sbarazzarsi piuttosto che a comprendere le nuove acquisite, è la frustrazione di non sentirsi come gli altri, di non sentirsi accettati nel ruolo dei “consumatori”.

In questa società malata tutto si trasforma in merce, incluso l’essere umano.

Consumo, dunque sono

L’uomo si trova a dover fronteggiare le problematiche poste dalla società da solo. Individualmente. Non comprendendo il fatto che “insieme”, collaborando con solidarietà, si possa combattere molto meglio, si possa trarre un vantaggio.

Purtroppo la nostra è una società consumistica che ci spinge al sospetto reciproco, alla concorrenza e non lascia spazio ai veri valori morali che fanno parte di ogni uomo.

Ma cos’è considerato “morale” nel nostro tempo? L’agire sociale si rifà alle ideologie post-moderne che hanno reso impossibile la pretesa di verità assolute, quindi esistono tante morali!

La morale non è nientemeno che un impulso del tutto irrazionale, essa è un atto individuale: se non c’è IO, non c’è neppure l’atto morale che ha lo scopo di creare la società.

La società è, quindi, il risultato da una scelta etica e individuale, cioè l’atto stesso, che tuttavia crea un vincolo: viviamo nella società solo in virtù del nostro essere morali.

A tal riguardo, Bauman -e probabilmente prima di lui Pirandello- spiegava come una persona possa essere allo stesso tempo un simbolo, una maschera che ricopre un ruolo.

L’identità dell’individuo è la somma di tutti i ruoli da lui ricoperti, le persone sono attori; è solo l’atto morale -come segno di debolezza assoluta con la quale ci si consegna all’altro- che ci  consente di incontrarci non come maschera, non nel ruolo scelto o imposto, ma come volti-“ossia nella vera identità”.

In sostanza, il paradosso è che se da un lato l’atto morale crei disordini, dall’altro è fondamentale: senza l’impulso di aprirsi all’altro non ci sarebbero le relazioni sociali!

Malgrado ciò, essendo l’impulso morale irrazionale e libero è antitesi all’ordine sociale e, pertanto, la morale rischia di non avere molto spazio in una società sempre più complessa che ha bisogno di regole sempre più sofisticate.

Il mondo è un’utopia, un’utopia ai nostri occhi, gli individui non possono far altro che sognare una realtà migliore nonostante tutto, ritagliandosi uno spazio comodo e sicuro nel quale vivere mentre fuori crolla tutto, perché irreparabilmente migliorabile.

Questa è sopravvivenza, non vita.

Ciò si collega al concetto di capitale sociale, che si sviluppa in comunità chiuse, comunità-fortezza che in realtà non sono davvero “unite” – alcuni soggetti si comprano la libertà facendo venire meno la coesione sociale, preferendo rimanere nel proprio posticino e isolandosi ma sentendosi allo stesso tempo al sicuro in una comunità. Questo atteggiamento è sbagliato!

C’è bisogno di un continuo scambio, perché l’essere umano è oggettivamente solidale e costantemente interconnesso, perciò è giusto aprirci e condividere anche e soprattutto i molteplici problemi.

Date le circostanze, l’uomo non ha certezze al di fuori della solitudine del proprio essere cittadino globale, è un’assurdità vero? Egli sviluppa una fede incondizionata nel mercato.

Il soggetto che compra un oggetto sviluppa un legame unilaterale.

La persona usa il suo oggetto e nel momento in cui ne trova un altro più soddisfacente e utile ai suoi bisogni personali, getta il vecchio per il nuovo.

Se questo schema viene applicato al concetto di amore, allora sì che c’è un bel dramma.

Non è sempre un gesto di emancipazione il “lasciare un compagno” – spiega Bauman nel concetto di amore liquido– talvolta è un atto di fragilità.

Difatti, di conseguenza anche l’amore puro viene meno, bastano due persone per creare un rapporto e solo una per interromperlo. Ormai la paura continua della fine di un rapporto incombe in una coppia per la mancanza di inaffidabilità.

Il tutto è una sorta di commercializzazione delle relazioni umane, un qualcosa di inconcepibile.

Come addirittura il fatto di conoscere subito degli individui con clic sui dei social che riportino caratteristiche fisiche e mentali pubblicamente! Come se fossero quadri da esposizione.

Facile innamorarsi dell’arte, ma neanch’essa funziona così.

Il “gioco dell’amore” sta nel far incontrare due persone che decidono di prendersi cura l’uno dell’altro esuperare le differenze, provando gratificazione, appunto amore. Quello vero, reale.

Essere liberi di provare qualsiasi sentimento: sconforto, angoscia, delusione, libertà di lavoro e perciò dedizione per raggiungere quel determinato sentimento e crescere con l’altro.

Sta a noi scegliere il tipo di amore che fa per noi: le emozioni passano, i sentimenti restano.

In conclusione, questa è un’epoca che non accetta idee contrastanti alla logica implacabile e irreversibile della realtà sociale attuale.

La cultura ha perso il suo ruolo critico nei confronti della società stessa, proprio per questo non possiamo creare un mondo alternativo e non c’è possibilità di cambiare le regole del gioco, perché non siamo capaci di scindere il giusto dallo sbagliato e viviamo sottomessi dall’importanza di ciò che è economico.

Insomma, in un mondo così precario, non possiamo fare progetti a lungo termine e perdiamo la fiducia in noi stessi poiché ci sentiamo impotenti non riuscendo a combattere qualcosa che è più grande di noi… perdiamo di vista il nostro futuro.

E’ una profezia che si autodetermina”.

Eliana Pedullà

 

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