La leggenda di Arcavacata

arcavacata
foto profilo Facebook @ArcavacatadiRende

da http://www.vincenzolagana.com

Ha un nome strano e chi lo pronuncia spesso sbaglia l’accento.
E’ una frazione di Rende a 300 metri sul livello del mare e il suo centro storico dista circa 900 metri dal Campus all’americana dell’Università della Calabria.
E’ popolata da appena 1800 abitanti, la stragrande maggioranza anziani i quali, nell’arco della loro vita, hanno visto trasformarsi una piccola campagna collinare in un rifugio per studenti universitari.
E’ Arcavacata.

Poche famiglie e pochissime case, tutte molto vicine tra di loro, collegate alla via principale da stradine strette e spesso in salita.
Una piazza che è una terrazza dalla quale si intravede, tra il verde delle colline, il lunghissimo ponte che collega i cubi dell’Università della Calabria.
A pochi passi da Piazza Cuticchio la chiesa di Maria Santissima della Consolazione, luogo dove la tradizione vuole che sia avvenuto un famoso miracolo e in cui, secondo la leggenda, fu ritrovato un muro con un’antica immagine della Madonna.

LA LEGGENDA
[tratto da: Gerardo Giraldi, Le chiese di Rende. pag. 153-154]
«Si racconta, dunque, che due mendicanti umili e buoni, che dall’accattonaggio traevano il necessario per vivere – l’uno privo della vista, l’altro tanto malandato da non potersi reggere in piedi senza l’aiuto delle stampelle – si erano un giorno appartati nei pressi di uno spineto della località in argomento, al fine di trascorrervi la notte indisturbati, per ripigliare il cammino interrotto il giorno dopo. Si erano entrambi assopiti, stanchi del lungo e faticoso girovagare per forre e valloni, allorché il cieco fu svegliato di soprassalto come da qualcosa di straordinario che stesse per compiersi in quel luogo; infatti, nel momento in cui, ancora intontito dal sonno, stava per cercare di rendersi conto in qualche modo di ciò che stava accadendo, “vide” distintamente con i propri occhi, sino allora spenti, una luce vivissima sprigionarsi dallo spineto presso cui si era accampato col compagno. Vivamente eccitato per lo straordinario evento, lì per lì non riuscì ad articolare parola; poi, ripresosi un poco, si pose a gridare con quanto fiato aveva in gola che aveva riacquistato la vista; che ci vedeva, e bene. Gli fece subito eco l’altro, che svegliato d’un tratto dalle grida dell’amico e con il movimento del corpo brusco e repentino alzatosi dall’improvviso giaciglio, si accorse sbalordito di potersi reggere in piedi senza l’aiuto delle stampelle o del bastone.
Alle grida concitate dei due, non tardò a farsi una piccola folla di gente che abitava nei pressi, la quale si rese ben presto conto, alla luce dei fatti, di trovarsi di fronte al compimento di un duplice miracolo; anzi, alcuni volenterosi, sollecitati pure e a più riprese dai due mendicanti, si armarono di zappe e badili e al lume vacillante delle lanterne di cui erano provvisti, si posero a scavare nel punto preciso del roveto, da cui la luce abbagliante s’ era manifestata. Mentre gli sterratori erano intenti nel loro lavoro con la febbrile lena originata dall’accadimento misterioso, sentirono ad un tratto sotto gli arnesi che manovravano qualcosa di compatto e di duro; continuarono allora con maggiore circospezione a scavare e finalmente finirono col portare alla luce un arco in muratura semidistrutto, nel cui incàvo apparve un frammento di muro intonacato con su dipinta una Madonna bellissima, in veste rossa, con un manto azzurro drappeggiato sul capo e avente tra le braccia un bambinello di grande vaghezza per i toni delle carni delicati e caldi. Il proprietario del fondo (che, pare, fosse uno della famiglia Magdalone), prontamente accorso sul posto, non poté che constatare di persona la verità del fatto raccontatogli succintamente dal messo che s’era precipitato a chiamarlo, e, profondamente colpito dall’accaduto, fece voto di innalzare a proprie spese una chiesa nel punto stesso in cui miracoloso s’era verificato; cosa che poi fu fatta puntualmente, sicchè il tempio sorto sullo spineto poté accogliere sull’altare il frammento di muro così com’era stato ritrovato ossia con l’immagine della Madre di Dio; la quale da allora fu denominata «Madonna del Arca-vacàta» ed in prosieguo di tempo, dell’«Arcavàcata», denominazione che finì con l’indicare poi l’intera zona, così come avviene tuttora. »

Vincenzo Laganà

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