Partitocrazia e instabilità: verso una Terza Repubblica

partiti
Che cosa s’intende per
“partitocrazia”?

Enrico Berlinguer, segretario del Pci, nel 1981 lo chiarì in un’intervista con Scalfari, definendo la cosiddetta “questione morale”: non la presenza di ladri e corrotti nelle alte sfere della politica o dell’amministrazione pubblica, ma l’occupazione sistematica dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti. In sostanza, Berlinguer rimproverava ai partiti di essere diventati macchine di potere e di clientela, totalmente estranei ai problemi reali della società.

Il problema è più che mai attuale perché l’autonomia delle istituzioni non è stata ancora recuperata, anzi la loro occupazione ha raggiunto il culmine durante l’era berlusconiana.

Ma perché i partiti sono così importanti? Leggiamolo sulla Costituzione:

La Costituzione (Parte I – Diritti e doveri dei cittadini, Titolo IV – Rapporti politici)

Articolo 49:

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

I partiti politici rappresentano, quindi, il sale di ogni democrazia poiché essi sono lo strumento attraverso il quale i cittadini possono partecipare alla vita democratica ed influenzare la gestione del potere e quindi l’assunzione delle decisioni vincolanti per tutti.

Da circa 25 anni, però, stiamo assistendo ad un grande fenomeno di disaffezione ed avversione verso la classe politica ed i partiti in generale. A ciò sono seguiti fenomeni di mediatizzazione ed economicizzazione della politica. Questi fenomeni hanno in comune una cosa: la delegittimazione della classe politica. Cosa significa? Se una classe politica non è legittimata dai cittadini, vuol dire, essenzialmente, che non li rappresenta.

Purtroppo, anche da dentro i partiti non ci sono stati dei passi in avanti per indurre i cittadini verso un sano riavvicinamento verso la classe dirigente. Dove sono finiti i congressi? Forza Italia e Lega Nord hanno sempre inscenato assemblee celebrative del capo, Beppe Grillo non è mai andato oltre i Vaffa-Day o le consultazioni online. Non vi è confronto di idee. Per finire, alla guida del Partito democratico non vi è alcun timoniere, esso sembra ridotto ormai ad una ciurmaglia ossessionata dal populismo.

Ha, dunque, la Seconda repubblica fallito nella sua missione? Vediamolo insieme…

1) la corruzione non è stata eliminata;

2) il sistema partitico non ha assunto un formato bipartitico, ma ha prodotto solo un bipolarismo con coalizioni;

3) il numero dei partiti è complessivamente aumentato dai 13 dell’ultima legislatura della Prima Repubblica, ai 16 attuali;

4) non c’è stata affatto maggiore stabilità, vista la durata media dei governi passati (dal 1994 ad oggi ne abbiamo avuti 13 in 22 anni contro i 50 della Prima Repubblica in 48 anni) ossia una durata media di 11 mesi e mezzo nella prima Repubblica e di poco più di 20 mesi nella Seconda;

5) la selezione della classe dirigente è visibilmente peggiorata.

Inoltre se la prima Repubblica, bene o male, realizzò importanti riforme che hanno creato il sistema di welfare italiano, industrializzato il paese, garantito maggiori diritti ai lavoratori, migliorato la condizione femminile ecc.., la Seconda Repubblica ha, invece, realizzato effimere riforme, spesso bocciate dal popolo. L’Italia è oggi un paese nettamente più povero e con molte diseguaglianze, con un sistema industriale che sta soffocando, tassi di disoccupazione altissimi ed una compressione salariale a cui è seguito un abbattimento delle garanzie dei lavoratori.

Nel 1993, furono tutti i partiti ad essere colpiti in vario modo:

sonoramente quelli del pentapartito (Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli), in misura più ridotta quelli di opposizione (Pci e Msi).

Come nel 1993, un referendum popolare decreta la fine di un sistema politico che ha disatteso troppe promesse. Il referendum del 4 dicembre non è stato solo un voto sulla riforma costituzionale o sul governo Renzi, è stato anche un voto sulla Seconda repubblica.

Per par condicio allego di seguito alcune frasi riprese dal libro “La repubblica delle giovani marmotte” di Paolo Cirino Pomicino, un democristiano di lungo corso:

<< Il sistema elettorale maggioritario fu voluto nel 1993 dal Pci e dalla sinistra democristiana, per garantire la stabilità politica che – secondo gli apprendisti stregoni – la precedente repubblica non avrebbe garantito.” […]

Nel decennio ’83 – ’92 l’Italia ebbe solo quattro presidenti del consiglio: Craxi e Andreotti con tre anni e mezzo ciascuno, De Mita e Goria, ognuno per anno. A garantire la vera stabilità, inoltre, era la continuità di governo delle forze politiche, mentre nella seconda repubblica cambiavano non soltanto gli uomini, ma anche i partiti alla guida del paese. Da ciò è derivata una instabilità profonda proprio nel momento in cui la nascita della moneta unica e la necessità di rafforzare l’unione europea avrebbero dovuto richiedere, a una grande democrazia come quella italiana, stabilità politica e visione globale per affrontare nuove sfide, che all’inizio del terzo millennio si scorgevano all’orizzonte. Ma così non avvenne. Mentre il centro-destra implose, la sinistra, grazie anche al non coinvolgimento del Pci nella tangentopoli ’92-’94 e senza mai trovare l’inesistente “terza via”, conservò più a lungo una struttura da vero partito. L’offuscamento di un comune sentire culturale e politico dopo il crollo del comunismo internazionale ha determinato nei suoi eredi (Pci-Pds-Ds) la voglia esasperata di mescolarsi alla cultura popolare cattolica e a quella “liberal”. Di qui la progressiva intesa con la Margherita di F. Rutelli, che aveva avuto l’abilità di mettere insieme i residui delle culture che avevano vinto la battaglia della storia nel precedente quarantennio repubblicano. […] quando nel 2007 i Ds decisero di accelerare la fusione con la Margherita e far nascere il Partito Democratico, parlai subito di organismo geneticamente modificato, che non avrebbe mai potuto soddisfare la domanda proveniente dal paese. […] >>

Antonino Zampaglione

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